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IL VANGELO DELLA DOMENICA, 8/05
a cura di Don G. Silvestri
 


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IL VANGELO DELLA DOMENICA – 8 MAGGIO

QUARTA DOMENICA DI PASQUA (C) - GIOVANNI 10,27-30



In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola». Parola del Signore


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Al netto di questi slittamenti semantici, le due metafore possono e devono essere rivalutate in quanto felicemente rispondenti, nel contesto biblico, a significare la bellezza e la profondità del rapporto tra Cristo e i suoi discepoli, tra il Figlio di Dio fatto uomo e tutti coloro che aprono il cuore alla sua parola. Ma sono anche metafore tipicamente pasquali, perciò particolarmente adatte a qualificare la realtà nuova sgorgata dalla Pasqua del Signore e la condizione di libertà e di riscatto dei credenti, ad opera di Lui, Pastore bello delle pecore che ci ha restituiti, appunto, alla vita e alla libertà.

Le due metafore riassumono perciò il vero significato della Pasqua: Cristo, la Vita, ha vinto la morte; col suo amore ha vinto l’odio, l’inimicizia, l’indifferenza, le tenebre. Cristo s’è fatto amico e difensore della nostra fragile umanità, soprattutto dei reietti, dei lontani, dei peccatori. Ora siamo al riparo, custoditi dall’amore di Lui che, pastore vero, non ha indietreggiato neanche davanti alla morte di croce, facendoci dono della sua vita divina di Risorto. Noi viviamo quindi sotto la Sua divina custodia, sotto la tenerezza del Suo sguardo di pastore ‘buono e bello’. Ora conosciamo pienamente il suo amore, la sua grazia e il suo perdono; riconosciamo la sua voce amica, sentiamo il richiamo irresistibile della sua parola, il fascino e la grazia del suo insegnamento. Lui, da parte sua, conosce e riconosce la voce e il cuore di ognuno: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”.

Nel tempo nuovo inaugurato dalla Pasqua del Signore, noi credenti viviamo ogni giorno nella grata coscienza di un dono di amore che tiene fortemente stretti a Lui. Non siamo più preda della paura, delle tenebre, della morte. Ancorati a Lui, Signore del tempo, non siamo più sballottati dalle onde del male né siamo in balia delle incertezze del momento presente. C’è un flusso di luce, di linfa e di energia che corre tra Lui pastore, donatore di vita, e noi sue pecore, gregge del suo pascolo: “Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano”. Questa è la condizione pasquale della vita dei credenti: la vita divina, di Lui Pastore amabile, ci è diventata dimensione esistenziale quotidiana. Nessuno potrà strapparci al suo legame d’amore: “Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola»

>Mi chiedo, quand’è che noi credenti prenderemo coscienza della condizione pasquale della nostra vita. Quand’è che saremo testimoni del ‘nuovo’ che feconda la storia umana; della grazia del Risorto che avvolge la nostra vita. Spesso, infatti, rendiamo del tutto vana la grazia della Pasqua e vane rendiamo anche le divine metafore del vangelo. Peccato constatare che, spesso, torniamo ad essere pecore smarrite e impaurite; discepoli dubbiosi, incerti, confusi; credenti incapaci di riconoscere la voce dell’unico Pastore della nostra vita. Torniamo a inseguire valori fatui, inconsistenti, anti-evangelici. Ci nutriamo a pascoli insalubri e calpestiamo terreni infidi e pericolosi. Ci lasciamo trascinare spesso da pseudo-pastori che prendono il posto dell’unico Pastore. Ci lasciamo ingannare da ladri e venali mercenari, vestiti da lupi, che falsificano la verità che salva, che distorcono il senso della vita e delle cose. Canne sbattute dal vento, diveniamo prede, spesso, di ideologie ingannevoli, di paure nascoste, di influenze malevoli, di falsi condizionamenti.

Dobbiamo riconoscerlo. La nostra fede è spesso ostaggio di un mondo chiuso al cielo di Dio, esposta e inerme dinanzi alle perfide sirene della violenza e del male, del potere e del denaro, dell’odio e della guerra. Spesso poi la nostra fede diviene anche ostaggio di credenze e di affabulazioni religiose, frutto di vaneggiamenti e di farneticazioni dettate da paure inconsce o da proiezioni psico-patologiche, che rendono inquieto il nostro approccio alla dimensione serena e gioiosa della nostra fede pasquale. Più spesso, infine, la nostra fede è fagocitata anche da tradizioni paganeggianti, superstiziose, idolatriche, che ci tengono lontani dal genuino annunzio del vangelo della gioia e dal sommamente liberante pensiero del Pastore bello della nostra vita: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”

 



 

 
     
Edizione RodAlia - 07/05/2022
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