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IL VANGELO DELLA DOMENICA, 27/02
a cura di Don G.Silvestri
 

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IL VANGELO DELLA DOMENICA – 27 FEBBRAIO

DOMENICA VIII (ANNO C) - LUCA 6,39-45

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio di tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire a tuo fratello: ‹Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio›, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio di tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d'altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda". Parola del Signore.

 


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Tutto l’insegnamento di Gesù scaturisce dalla ‘magna carta’ del vangelo, il discorso delle beatitudini; dall’annuncio cioè del Regno di Dio e dal ribaltamento del senso della vita. Le beatitudini capovolgono la prospettiva con cui l’uomo guarda a Dio, a se stesso e agli altri. Tavole della nuova Alleanza tra Dio e l’uomo, esse squarciano il velo di ipocrisia e di formalismo che avvolge la nostra vita relazionale al verticale e all’orizzontale; rimettono l’uomo con i piedi a terra e la testa finalmente in su, e gli consentono di guardare ogni cosa con verità e sincerità. Le beatitudini sono invito a guardare le cose con occhi nuovi, senza infingimenti e senza simulazione. Ci spogliano di ogni maschera e di ogni finzione. Aprono i nostri occhi al ‘vero’ e al ‘puro’, e ci riconciliano con l’intimo della nostra esistenza creaturale.

 

 

La prima lampante verità che impariamo dal brano del vangelo di oggi, è che siamo tutti creature fragili, imperfette, in costante cammino verso il bene, bisognosi di correzione gli uni degli altri; bisognosi, nessuno escluso, di aiuto e di misericordia dall’alto. Diretta e veritiera allora la parola di Gesù: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?” Ecco! Siamo tutti ciechi, alla ricerca tutti di guida e di luce. A questa parola fa eco opportuna l’altra parola di Gesù del vangelo di Matteo: “Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo” (Mt 23,8-9).

 

 

Si fa chiaro il significato profondo del vangelo di oggi. Occorre spogliarsi della supponenza ipocrita con la quale pensiamo di farci guide e maestri per gli altri. Quanta retorica attorno a questo tema! Quanta falsa coscienza e presunzione! E, d’altra parte: quanto quotidianamente smentite e contraddette le parole del Signore. Da mattina a sera siamo prodighi nel dare consigli, nel guidare, nel giudicare e nel criticare il comportamento altrui. Più zelanti degli scribi e dei farisei, sovrabbondiamo di facili insegnamenti agli altri, di correzioni e di ammonizioni, di severe valutazioni sul loro agire e pensare. Più scrupolosi dei dottori della legge, diamo facili e sommari giudizi sugli atteggiamenti e sui comportamenti altrui. Disquisiamo con aria di superiorità su ciò che è giusto o ingiusto, su ciò che è retto e su ciò che non lo è, su ciò che è onesto o no.

 

Distribuiamo generosamente consigli a destra e a manca; spesso però totalmente chiusi, da parte nostra, all’ascolto e alla correzione che ci viene dall’altro. Quanto facile moralismo, quanta cieca presunzione nel voler fare da guida a coloro che, forse, hanno una vista migliore della nostra! E quanto pertinente, allora, il duro rimprovero del Signore: “Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio di tuo fratello”.

 

 

Questa parola di Gesù dirada oggi, dentro di noi, la tentazione dell’ipocrisia, della falsità, della simulazione. Apparire diversi da come realmente si è; dire e non fare nello stesso tempo. Dovremmo veramente guardarci allo specchio della nostra anima, per ricordarci quotidianamente della nostra costitutiva fragilità umana. È da li, infatti, dal fondo della nostra anima, che nasce il bene e il male. Da lì vengono i frutti delle nostre opere: “Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né d'altronde vi è albero cattivo che produca un frutto buono”. Un lavoro grande da fare, non sugli altri ma su di noi stessi. Un lavoro, ovviamente, continuo; sempre incompiuto e sempre in fieri.

 

 

Dal vangelo di oggi viene davvero una domanda radicale: qual è la radice profonda dell’albero della nostra vita? A quale linfa vitale attingono le radici di questo albero? Che tipo di pianta siamo e vogliamo essere? Quali i frutti del nostro operare quotidiano? Solo una riflessione profondamente sincera, che ci riporti ‘a tu per tu’ con il nostro cuore, che ci faccia contemplare sinceramente allo specchio della nostra anima, può illuminare il nostro agire concreto, renderlo coerente con la linfa vitale che nutre le radici della nostra vita.

 

 

‘Si possono raccogliere fichi dagli spini, o vendemmiare uva da un rovo’? dice il Signore. Evidente che no! Ma appunto: solo uno scavo interiore, solo un dialogo con la nostra coscienza profonda, può mettere a nudo le tante contraddizioni cui andiamo incontro ogni giorno, farci risalire alle motivazioni profonde del nostro essere e del nostro agire. Infatti è da li che tutto nasce, tutto cresce e si produce. È la coscienza retta e trasparente che fa trasparente e luminosa la luce dei nostri occhi. Ed è dalla profondità dell’anima che nascono pensieri retti, sinceri e puri.

 

 

Se - come dice il Signore - “l'uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; e l'uomo cattivo trae fuori il male dal suo cattivo tesoro”, allora è da mettere ordine nello scrigno nascosto che custodisce il nostro tesoro interiore. È da rimettere a posto il nostro tesoro: i nostri desideri, le nostre aspirazioni, le nostre ansie, le nostre paure, i battiti della nostra anima. E se “dalla nostra bocca esce quello che sovrabbonda dal cuore”, allora, per ritrovare il vero tesoro per il quale vale la pena di spendere tutta la nostra vita, è necessario fare chiarezza dentro di noi e mettere ordine alle nostre pulsioni nascoste e spesso inconfessate. È indispensabile, insomma, aprirci alla verità, purificare l’intimo della nostra coscienza, scrutare le profondità del nostro spirito. È lì che ritroviamo la sorgente pura del nostro essere, il senso del nostro vivere e operare, la verità profonda che ci fa rinascere creature nuove.

 

 

Scavare dentro di sé non è facile; e spesso è anche molto faticoso e doloroso. Troviamo più facile e meno imbarazzante occuparci dell’esterno della nostra vita, piuttosto che del nostro interno; e amiamo scorrazzare più spesso sulla vita altrui prima che su noi stessi. Oggi, però, la parola di Cristo ci aiuta a ritrovare la vera dimensione della nostra vita umana. Sommo psicologo e divino psicanalista della nostra vita, Egli viene a leggere nel nostro io profondo e nella nostra coscienza. La sua parola ci aiuta a sgomberare il terreno da ogni finta religiosità, dalla falsa coscienza e dall’ipocrisia che spesso devasta la nostra vita relazionale e spegne la luce dei nostri occhi.

 

 
     
Edizione RodAlia - 26/02/2022
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