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IL VANGELO DELLA DOMENICA, 13/02
a cura di Don G. Silvestri
 

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VANGELO DELLA DOMENICA 13 FEBBRAIO


VI DOMENICA - ANNO C - Luca 6, 17-20 -26



In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone. Ed egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell'uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti. 

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Le beatitudini sono il manifesto programmatico della nuova Alleanza. Come nuovo Mosè, Gesù proclama la carta della Nuova legge, ovvero il Nuovo ‘patto nuziale’ tra Dio e il suo Popolo. Ora, la legge del decalogo scritta da Mosé, che non viene annullata, va assolutamente riguardata a partire dal discorso della montagna, dalla proclamazione delle “beatitudini”. Il nuovo patto si fonderà sulla relazione amorosa tra Dio e l’uomo nel Cristo incarnato; una relazione che passa dalla sua umanità entrata in comunione indissolubile con la nostra umanità. Una sola carne!

 

È decisivo per noi non ridurre le beatitudini a un messaggio edificante o, peggio, a un insegnamento solo moralistico. Niente di più sbagliato. Il vangelo non è un libro di morale, di insegnamenti o di massime di vita. La costituzione ‘nuziale’ della chiesa non è un libro di obblighi e di doveri, e non è neppure un libro che insegna la pazienza, la rassegnazione, la sopportazione, nell’attesa vana di un mondo migliore o di un premio da ricevere in cielo. Non lo è. Al centro di tutto ora c’è Lui, mite e sublime Sposo e Salvatore della nostra umanità sofferente. Le sue parole non sono quelle di un saggio o di un maestro qualunque. A parlare non è un altro Socrate, o un altro Budda, o Lao Tzu, e neppure un Krishna, o un Confucio, o Zarathustra. Chi parla, invece, è lo ‘Sposo’ dell’umanità, il ‘salvatore del suo popolo’. Egli è venuto a ‘salvare’ chi è perduto, a ‘liberare’ gli oppressi, a spezzare le catene inique, a ‘dare vita’ a chi è morto; non a dare solo buoni consigli e neppure a dettare leggi e precetti ai suoi servi.

 

È venuto, cioè, a cambiare radicalmente lo status dell’uomo, a fare dell’umanità la ‘Sua sposa’, a unire indissolubilmente la sua carne alla nostra carne; perciò, ad annunziare ai poveri che il senso della loro vita è ben altro da quello che essi ritengono; che diversa la qualità della loro condizione umana; che, da quando Lui si è fatto uomo, bisogna rovesciare totalmente il punto di vista sulla vita umana e sull’agire dell’uomo. Le beatitudini sono quindi “il vangelo”; sono l’annunzio di una ‘buona novella’ per coloro che da ‘ultimi’ sono ‘primi’ e che coloro che prima erano abbandonati ed emarginati sono ora oggetto di predilezione e di amore sponsale!

 

Dove sta la beatitudine proclamata da Gesù? La beatitudine sta nel fatto che all’umanità che si trova in queste condizioni il Signore esprime il suo amore sponsale, la sua piena totale solidarietà, la certezza che Egli è totalmente dalla loro parte, una sola cosa con loro, ‘una sola carne’. Il Signore è con i poveri, sta con loro, si identifica con loro. Nelle sue viscere, Egli sente compassione per la loro condizione, sente su di sè tutta la vergogna della loro miseria. Il Signore sta con quelli che hanno fame, piange con quelli che piangono, perseguitato con i perseguitati, Egli soffre e geme – una sola carne - con loro.

 

La loro beatitudine sta nel fatto di sapere che, irrevocabilmente, Cristo - come sposo attento alla sposa - si identifica completamente con loro, con la loro vita e con la loro sofferenza; vive e lotta con loro per una umanità bella, libera e diversa. La gioia viene loro solo dalla certezza che, in qualunque condizione, mai verrà meno la prossimità assoluta di Dio e del suo Figlio, il suo grido di amore di sposo inchiodato alla loro stessa sofferenza. Non si tratta perciò di una gioia o di una beatitudine che verranno in un’altra vita, ma della gioia di questa vita; si tratta di una realtà attuale, non di una promessa futura. Anche nella situazione peggiore della vita, nessuno può togliere ai poveri, agli affamati, ai perseguitati, la gioia nuziale della solidarietà di Cristo, la beatitudine di vivere con Lui nella verità e di possedere pienamente la (Sua) vita. E sono essi perciò - i poveri. quelli che piangono, quelli che hanno fame, quelli che sono odiati e perseguitati a causa del vangelo - ad entrare e a possedere già ora il regno di Dio. 

 


E che: è bello allora essere poveri? Nella fame? Nel pianto? Perseguitati e odiati? È bello soffrire oggi, rassegnarsi, per avere un premio nell’al di là? Ma, nient’affatto. Niente di più lontano dal pensiero di Gesù. Le Sue affermazioni esprimono solo le condizioni in cui spesso, disgraziatamente, e spesso per l’egoismo altrui, ci si trova a vivere nell’attuale situazione ingiusta e iniqua del mondo, dove a prevalere sono i prepotenti e i malvagi. Lungi dall’avallare tale situazione, le Sue parole sono una chiara condanna, senz’appello, dell’iniquità e dell’ingiustizia presenti nel mondo, dell’egoismo e dell’indifferenza che creano povertà, dell’oppressione dei potenti che produce miseria, dell’avarizia dei ricchi che si accanisce sui deboli e sui giusti. Le situazioni di miseria e di povertà sono perciò delle condizioni assolutamente da superare e da cambiare, anzi da denunciare e da combattere attivamente e responsabilmente.

 

Ecco perché - diversamente da Matteo che elenca otto beatitudini - Luca mette in contrasto quattro ‘beatitudini’ e quattro ‘guai’. Le beatitudini sono rivolte agli ultimi. Ma la tavola dei ‘guai’ è rivolta a quanti procurano sofferenza e ingiustizia: “Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi”. Qual è il senso di questi ‘guai’ gridati dal Signore. Minacce di vendetta e di castighi? Non pare sia questo il vero senso della parola nel testo originario. Piuttosto, si tratta del grido di gelosia di Cristo per il suo popolo, per la sua ‘sposa’ sofferente! Grido, anche, di estrema commiserazione per quanti rovinano la vita altrui e nello stesso tempo la propria. I ‘guai’, gridati dal Signore, indicano il ‘non senso’, la ‘nullità’ di chi opprime il prossimo, lo sfrutta, lo riduce in povertà, lo perseguita, lo umilia.

 

Sono parole di pena per chi, pur ricco di beni, è indifferente alla sorte altrui e mostra il vuoto della sua anima e della sua vita. I ‘guai’ sono la dichiarazione divina del fallimento totale della vita di coloro che pensano di trionfare usando la forza o l’astuzia contro i più svantaggiati, speculando sulla debolezza e sulla fragilità altrui, facendo profitti sulla pelle del prossimo.

 

Questi ‘guai’, di gelosia e di lamento di Cristo, certo devono allarmare seriamente quanti, rovinando la vita del prossimo, rovinano senza saperlo la propria stessa vita. Non sarà certo Dio a punire e a castigare; ché, anzi, Egli vuole la loro conversione. Sono essi stessi ad autocondannarsi perché incapaci di ‘umanità’ e di compassione; ad autoinfliggersi la pena del proprio fallimento di vita, dovuta all’avarizia, alla crudeltà, all’egoismo.  Cristo è venuto a ‘risvegliare’ la vera umanità e a scuotere radicalmente la nostra coscienza critica. Noi, però, ahimè: proclamiamo ancora le ‘beatitudini’ come parole miseramente consolatorie, perciò vane e alienanti; e i ‘guai’ come parole solo vendicative.

Il più esplosivo manifesto sociale della storia, lo abbiamo ridotto a discorso miseramente moralistico ed edificante.

 

 

 
     
Edizione RodAlia - 12/02/2022
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