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Ambito di Ricerca:Aspetti sociali
   
Riedizione de
"LA 'NCANTINA CHE
ODORAVA DI ZOLFO"
 





Video Intervista a Nicolò Sangiorgio,
Autore del libro ( la ‘ncantina che odorava di zolfo )




 

 

Recensione di Danilo Caruso a “La ‘ncantina che odorava di zolfo”


immagine allegata

E' un libretto che raccoglie memorie e testimonianze soprattutto della gente di solfara, gravitante attorno alla particolare realtà delle cantine (bettole od osterie che dir si voglia) e che lì andava a rinfrancarsi dal duro lavoro delle miniere, mangiando qualche boccone di povere tipicità locali e bevendo del vino.

Nella descrizione dell'Autore, sorretta dal riferimento a ricerche documentali e da interviste effettuate perfino a discendenti dei personaggi elencati e degli antichi gestori,è presente l'immagine di una Lercara, che da risorsa mineraria, era il vanto dei suoi cittadini per l'indotto economico ad essa collegato. Ciò nonostante, la classe dei contadini, pur considerandosi meno fortunata rispetto a quella dei minatori, che un salario percepiva, da essa teneva le distanze. Non mancano gli aneddoti raccontati.



E non manca la descrizione della vita di cantina con l'elencazione delle pietanze allora disponibili, comprensive della loro preparazione, degli intrattenimenti canori “poetici” e dei differenti punti di vista degli avventori, talora un po' "brilli".



E' un vero piacere leggere questo libretto e constatare come tutto passa e va, anche se il pensiero mesto è rivolto a chi ha vissuto una vita di privazione e di sacrificio rispetto a chi oggi può dirsi più fortunato.

L'atmosfera particolare delle vecchie 'ncantine, allora numerose, si è dissolta nel tempo, lasciando, però traccia storica nelle poche trattorie, di moderna trasformazione, ubicate proprio lì dove esse sorgevano.

 

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Le vecchie taverne a Lercara Friddi: punto d`incontro e ritrovo dei minatori.


di Corrado Pirrello.

immagine allegata



Ne abbiamo contate quindici, ma potevano essere di più, i punti vendita del vino al minuto dove i nostri minatori passavano delle ore in compagnia, bevendo un "quartino" e gustando qualche piatto di trippa o fave bollite.

Le bettole o taverne d`un tempo. mostravano quasi sempre un ramo di alloro appeso all`entrata ed una lampada che ne segnalavano il luogo di ristoro. Non sappiamo quante ne potevano contare in quei tempi anche altri paesi, ma per Lercara era certamente una fonte di commercio.

Si suol dire : "in vino veritas" ma, in verità, per i frequentatori delle taverne era questo un modo per dimenticare la dura fatica del lavoro. Di taverne, di avventori e "abituè", si potrebbero narrare storie e storielle a non finire, considerato che nessuno usciva dritto e tranquillo sulle proprie gambe. I gestori dei locali facevano ovviamente di tutto per accontentare la loro clientela, a dir il vero, senza molte pretese, specie dopo aver ottenuto il loro quarto o mezzo litro.

Infinite storie si narrano su quanto accadeva in quei posti. Ci piace ricordare. ad esempio. del Sig. Luigi Giangrasso. abitante nella via Costantinopoli, il quale teneva una di queste locande del tempo. in un piano terra della sua abitazione. Questa era solitamente frequentata da minatori e carrettieri abitanti del rione. Le comitive che sedevano attorno ai tavoli erano solite dare l`incarico delle ordinazioni ad uno di loro, che sulla base della disponibilità giornaliera, ordinava: trippa. brodo, babbaluceddi o piede di porco bollito.


Su chi ordinava solitamente ricadeva l`onere dell`impegno del "futuro pagamento", difatti quasi sempre chi ordinava non aveva i soldi per pagare, ma si impegnava a nome e per conto degli altri. Di contro, lo zio Luigi, appuntava al muro ad un calendario o su di un pezzo di carta oleata, il debito del suo cliente.

La cosa tragicomica era che un certo Don Ciccio, affezionato cliente, quando la somma da pagare diventava un po` alta, si appoggiava al muro con le spalle e non facendosi notare ne cancellava alcune cifre.

La domenica, giorno di paga per i minatori, dopo la solita bevuta, lo zio Luigi chiamava gli avventori ai loro impegni, pretendendo il saldo del conto. Quasi sempre il resoconto era ritoccato e non solo quello di Don Ciccio, al quale provvedeva personalmente ad un ritocco, ma, ad esempio il brodo veniva scalato, conteggiandone solamente i vari pezzetti di carne con l`osso. Le discussioni qui nascevano e si infuocavano allorchè allo zio Luigi si rimproverava di mettere più osso che carne nel brodo. Ma le storie di taverna non finiscono qui, avendo memoria di innumerevoli storielle che racconteremo in altre occasioni.



Testo tratto dal numero unico Autunno 2011 di "Cartastampata" - Associazione socio-culturale di Lercara Friddi.

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LI DU' GIMILLUZZI DI LERCARA (solo Audio)

 

LI DU' GIMILLUZZI DI LERCARA (Testo ed Audio)

 

LA ‘NCANTINA CHE ODORAVA DI ZOLFO (Dossier)

letto ad oggi, 02 /11/2021, 14300 volte, dalla sua prima pubblicazione nel 2013



 

 
     
Edizione RodAlia - 01/11/2021
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