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Il VANGELO DELLA DOMENICA - 2/05
a cura di Don G Silvestri
 

IL VANGELO DELLA DOMENICA –– 2 MAGGIO



V° DOMENICA DI PASQUA - GIOVANNI Gv 15,1-8



In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.

Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

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immagine allegataLe metafore sul rapporto Cristo-discepoli nel Vangelo sono tante. Molte esprimono l’intensità relazionale, la forza d’attrazione, il legame unico e inscindibile tra Lui (Cristo) e noi, la natura propriamente organica e vitale tra Lui capo e noi membra. Quella di questa domenica è sicuramente una tra le più significative: “Io sono la vite, voi i tralci”. Spesso, però, sottovalutiamo la verità profonda che questa metafora ci trasmette sul rapporto effettivo, reale, tra Cristo e noi, tra Cristo e la chiesa e pensiamo che si tratti solo di vaga similitudine e non di realtà effettiva, di auspicio più che di verità costitutiva.


Per questo, forse, la fede e la vita ecclesiale sono spesso spente, stagnanti, prive di vita e di gioia. Che sia così è, poi, drammaticamente confermato dall’abulia e dalla febbre cronica di molte realtà ecclesiali: languisce miseramente la liturgia, ridotta spesso a mera rappresentazione scenica; languisce la vita comunitaria nelle sue molteplici forme; languiscono le assemblee ecclesiali, surrogate da fredde adunate di cristiani nomadi e anonimi, distanziati più che dal covid da cronica disaffezione reciproca; illanguidisce la celebrazione dell’eucaristia domenicale, ridotta a scrupoloso appuntamento settimanale, spesso e volentieri occasione di intimidatorie rampogne clericali contro il mondo e i praticanti assenti;
languisce la memoria dell’ottavo giorno, quello della incontenibile gioia della risurrezione; languisce la fede personale, sollecitata solo da pignoleggiante catechesi d’impronta ultra-moralistica e precettistica; e languisce, infine, la carità e la testimonianza cristiana nel vivo della società degli uomini, surrogate da eccentriche ritualità mielose e pietistiche.


La verità è che le metafore evangeliche sono ben altro che vaghe similitudini o semplici auspici. Rinviano efficacemente a una realtà infinitamente profonda e vera ed esprimono efficacemente la realtà effettiva e concreta del tessuto esistenziale credente; hanno la sorprendente capacità di farci intravvedere di colpo la forza del rapporto costitutivo che ci lega indissolubilmente a Cristo e proclamano la bellezza e la profondità della nostra unione con Lui.
“Io sono la vite, voi siete i tralci”, sic!.

La forza di questa metafora non sta insomma nell’ordine del “si fa per dire” o “sarebbe bello”, ma nell’ordine del “così è” “così è assolutamente” “così è veramente!”.
Fuor di metafora, quelli che credono in Lui e che nella sua morte e resurrezione sono stati battezzati, formano assolutamente un corpo solo con Lui, un solo spirito, una sola anima. Né possono non esserlo se veramente credenti! Nessuna astrattezza o vaghezza di immagini, nessun moralismo o parentesi edificante.

La realtà, cioè, supera infinitamente l’immagine: “Io sono la vite voi siete i tralci” rappresenta lo statuto costitutivo di coloro che, per lo Spirito dei figli adottivi ricevuto nel battesimo, sono innestati e incorporati a Cristo. Diventiamo quindi e siamo realmente un solo corpo in Cristo. Questa unione viene continuamente alimentata e nutrita dalla Parola e dall’Eucaristia della Chiesa, e ulteriormente rafforzata dalla comunione fraterna, dalla sinfonia dell’agire ecclesiale in tutte le sue modalità e articolazioni. La vita cristiana è perciò totalmente “vita in Cristo”, anzi “vita sinfonica e sinergica in Cristo”.

La chiesa è il corpo vivo di Cristo. Tutto il resto è conseguenza, solo presa d’atto gioiosa della condizione nuova in cui ci troviamo da quando, per l’incarnazione, Lui si è irrevocabilmente innestato nel tessuto della nostra umanità e il suo sangue divino scorre come linfa viva nelle nostre vene umane; da quando i nostri occhi hanno visto e conosciuto il Dio invisibile, in carne, e siamo stati toccati e sanati dalla sua verità e dalla grazia. “Chi rimane in me, e io in lui, - dice il Signore - porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”. Noi credenti viviamo ormai solo di questa verità e di questa grazia. Nulla infatti si perderà di quanto facciamo in Lui, e tutto è perso se siamo staccati da Lui. Nulla, senza di Lui, è la nostra vita e il nostro agire, il nostro presente e il nostro futuro. Nulla si produce di bene, di vero e di bello senza di Lui: “Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me”.


È una verità che trancia di colpo ogni finzione e ogni ipocrisia. O siamo in Lui, tralci vivi, liberi, aperti, rispettosi, amorevoli, o rimaniamo nella palude del nulla, nella miseria della solitudine, dell’egoismo, dell’insignificanza. O questa linfa viene vissuta e agita nella verità profonda dell’essere “una sola cosa” con Lui, “vite e tralci” attraversati da una sola linfa vitale o, altrimenti, siamo solo tralci secchi buoni per il fuoco.

L’immagine della vite e dei tralci è verità ultimativa del dono e della scelta irreversibile del battesimo che ci fa liberi e uguali nell’unico corpo; attivi nei doni dello Spirito e responsabili di ministeri diversi; senza discriminazioni e subordinazioni; senza prerogative e senza privilegi, se non quelli dell’essere tutti figli e figlie di Dio, fratelli e sorelle.

La metafora è dichiarazione di mutua appartenenza a Cristo, di relazioni fraterne, di reciproco rispetto, di uguale dignità, di effettiva corresponsabilità. “Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto”. Nessuna concessione, nell’unico Corpo di Cristo, che è la Chiesa, all’egoismo, all’arbitrio, alla presunzione, all’invidia reciproca, all’arroganza dell’uno verso l’altro, all’abuso di potere, alla disparità e all’ingiustizia. Nessuna concessione, insomma, a chi strattona l’organismo della chiesa e ne fa un luogo di rovi e spine o lo stravolge facendone una dimora arida e deserta, priva di vita e di umanità.

 

immagine allegata

 
     
Edizione RodAlia - 28/07/2021
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