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IL VANGELO DELLA DOMENICA -18/07
a cura di Don G. Silvestri
 

VANGELO DELLA DOMENICA: 18 LUGLIO


MARCO 6,30-34 (XVI - Anno b)


"In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose."

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immagine allegata

Ai dodici che tornano dalla missione un meritato riposo: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'». Già, perché anche la missione è lavoro, e che lavoro! Scena di famiglia molto intima questa di Gesù che invita i dodici ad una pausa di riposo. Si, perché la missione stanca ed è un impegno comune; non è questione individuale ma questione di famiglia, questione comunitaria. Nessuno lavora per conto suo, o per interessi personali, per scopi egoistici, per carriera, per autoaffermazione; lavoriamo tutti inviati dallo stesso maestro, nella gratuità assoluta, con lo stesso messaggio da annunciare, con gli stessi scopi da raggiungere, per le stesse finalità, con lo stesso atteggiamento e stato d’animo, con la stessa franchezza e la stessa leggerezza. Anche quel meritato riposo però dura poco o niente. Un via vai di gente non lascia in pace Gesù e i dodici, neppure per poco. Non hanno neanche il tempo di mangiare. Tuttavia nessun lamento, né da parte di Gesù né da parte dei dodici. Con la barca vanno alla ricerca di un isolamento maggiore nella riva opposta del lago. Sorpresa, però! Non fanno in tempo ad arrivare che una folla ancora più numerosa, incredibilmente, sta ad aspettarli.


Cosa c’è nel cuore di questa gente che insegue il Signore? Cosa cercano in Lui se, addirittura, a piedi, ‘li precedettero’ nella riva opposta del lago? Quella che si presenta davanti a Gesù è una scena che descrive da sola l’intero Vangelo! Ne riassume il suo significato profondo. È l’affresco più realistico della nostra umanità, alla ricerca, oggi come allora, di qualcuno che finalmente dica una parola definitiva di verità. È perciò l’affresco di una umanità che brancola nel buio, che cerca luce, vita, conforto, direzione. Essa cerca una risposta agli interrogativi fondamentali dell’esistenza umana, una risposta risolutiva ai problemi ultimi ed essenziali: cioè su Dio, sull’uomo, sul senso della vita, sull’amore, sulla giustizia, sulla morte, sul male, sulla sofferenza... Lo si intuisce da quello che l’evangelista riferisce sulla ‘sorpresa’ di Gesù non appena mette piede sulla riva: “Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”.


Per indicare l’atteggiamento di Gesù nei confronti di una folla (‘pecore senza pastore’), l’evangelista usa un verbo che di suo ha, biblicamente, un esclusivo carattere divino: “ebbe compassione”. Il significato di questo verbo mette in risalto l’atteggiamento di amore ‘viscerale’ proprio di Dio, un Dio che è padre e madre nello stesso tempo. Un amore cioè che nasce dal sangue e dalle viscere materne, letteralmente un amore ‘uterino’. Il Figlio di Dio, infatti, è la presenza in terra di questo amore materno di Dio; Egli è la misericordia visibile del Padre invisibile; si è incarnato per manifestare al meglio, nella carne, questa paternità-maternità di un Dio che non ha altro ‘nome proprio’ se non quello, appunto, dell’’amore’ sconfinato per le sue creature, della ‘pietà’, della ‘misericordia’ infinita! Egli, uomo in tutto uguale a noi, guardando all’immensa folla che lo cerca e lo precede nell’altra riva, sente in se, nella sua carne di Figlio di Dio, dolore e sofferenza estrema, anzi una sofferenza ‘materna’ infinitamente più grande di quella che ogni madre angosciata prova nel vedere i figli sbandati, privi una guida, di una direzione, di una meta nel loro cammino: “erano come pecore senza pastore”.


In queste parole c’è tutto! Tutto di noi! È l’affresco più fedele della nostra fragile condizione, della condizione ‘nomade’, sloggiata e raminga, della nostra vita. C’è tutto di ogni uomo e donna che cercano un senso e una direzione alla loro vita, al loro lavoro, alla loro fatica. C’è tutto della nostra umanità smarrita e allo sbando nei confronti dei valori autentici della vita umana; delle contraddizioni che affliggono e lacerano la nostra società umana e la nostra storia personale e collettiva; e c’è anche l’estrema compassione di un Dio che non dorme per noi, per me e per te; l’amore viscerale di una Dio-madre che non si dà pace finché non sa i propri figli al sicuro. Forse riesce difficile a molti pensare a un Dio così: un Dio bisognoso di noi, un Dio che non dorme, che non riposa, che non si dà pace; un Dio che si dà pensiero per l’uomo, come dice il salmista: “che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi?” (Sl 8,5).

>Per molti – purtroppo! - meglio un Dio diverso, autosufficiente, soddisfatto, potente, anaffettivo; un Dio – ahimè! - distributore anche di favori e grazie, ma ritirato nella sua clausura divina, indifferente, forte e freddo nello stesso tempo, tanto da trattenere commozione e lacrime, imperturbabile e felice nella sua eterna beatitudine, disinteressato e dimentico del travaglio drammatico della nostra storia umana. Meglio, per molti, immaginare un Dio sicuro di sé, salvo da ogni sentimento di compassione e di empatia del cuore, libero da ogni sofferenza, da ogni indigenza, da ogni bisogno, da ogni commozione. È vero, così – sbagliando enormemente - lo hanno pensato in tanti, filosofi e pensatori, uomini anche saggi e sapienti. Hanno pensato a Dio come ad un ‘Essere sommo’, ricco di ogni perfezione, di ogni beatitudine, di ogni bene. Un Dio eccelso nella sua beatitudine, perfettissimo e impassibile, mai toccato nell’intimo del suo essere da quanto avviene nel mondo, mai disposto più di tanto a sporgersi dal suo divino balcone verso l’uomo e le misere strade umane, verso le misere creature di questo mondo.


Esagero? Non credo. È questo il Dio che ci stato consegnato spesso nel nostro catechismo d’infanzia, nella catechesi per adulti, nella predicazione, spesso nella stessa teologia. Questo il Dio della pastorale proposto da zelanti e poco illuminati pastori di anime, il Dio della predicazione quaresimale d’altri tempi e non solo; il Dio degli esercizi spirituali condotti da burberi predicatori dei tempi andati; il Dio dei seminari spesso, il Dio dei noviziati, il Dio brandito da irremovibili superiori, guardiani ed educatori d’altri tempi. Questo il Dio dei ‘novissimi’, che molti nostalgici vorrebbero riportare in auge, sognando di tornare a tuonare dal pulpito, tenendo in pugno le persone e le loro coscienze, minacciando fulmini e saette contro peccatori e prostitute, rievocando condanne definitive ed eterne, pene e sofferenze senza fine, a fedeli già incupiti dalla paura e dai rimorsi; inscenando cortei funerei nell’abisso della morte eterna e diaboliche sevizie punitive ai ribelli.


Certo, ‘non sempre’, mi si dirà. Ma ‘quasi sempre’, rispondo io, e non solo nel passato! Nulla o quasi, invece, di un Dio che piange, e si commuove; di un Dio – checché ne pensino scribi, farisei e dottori della legge, di ieri e di oggi! - che non può fare a meno dell’uomo, che notte e giorno si dà pensiero per lui, che si strugge di dolore e di compassione per lui; di un Dio che condona sempre, senza tener conto dell’errore; che perdona prima che arrivi il pentimento e che tutto cancella già prima dell’errore compiuto: Agnello di Dio, penzolante dalla croce, inchiodato mani e piedi; muto di dolore per la nostra, prima che per la Sua infinita sofferenza.

“Si mise a insegnare loro molte cose”: conclude il vangelo.


Quanto bisogno abbiamo di essere istruiti da Te, maestro unico e pastore bello! Quanto abbiamo da imparare da te, sublime ricreatore e riplasmatore del nostro cuore! Quanta sapienza viene a noi, non da pulpiti tuonanti, ma dalle tue piaghe vive e sanguinanti, dalle tue membra inchiodate al legno, dal vulcano perennemente attivo del tuo costato aperto al mondo.

 

 

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Edizione RodAlia - 26/07/2021
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