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La lingua siciliana tra Passato e Futuro
Tesi di laurea
 
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La lingua siciliana tra passato e futuro

UNIVERSITE DU 7 NOVEMBRE A CARTHAGE

INSTITUT SUPERIEUR DES LANGUES DE TUNIS

Laurea in Lingua e Letteratura Italiana


Tesi di Laurea in Filologia Romanza

A.A.2003-2004



"La Lingua Siciliana Tra Passato e Futuro"





Tesista:  Amira Krifa

Relatore: Prof. Alfonso Campisi


Indice



I. Introduzione________________________________3



II. Il Dialetto Siciliano attraverso i Secoli___________6


1. L’influsso Latino_______________________________________________7


2. L’influsso Greco_______________________________________________9


3. L’influsso Barbaro____________________________________________10


4. L’influsso Bizantino ed Arabo___________________________________11


5. L’influsso Normanno__________________________________________13


6. L’influsso degli Svevi e Staufer___________________________________15


7. L’influsso degli Angioini________________________________________17


8. L’influsso Spagnolo e Catalano__________________________________18


9. L’influsso Italiano_____________________________________________20



III. Il Futuro della Lingua siciliana_______________________23


IV. Le differenze principali fra i Dialetti Siciliani______25


1.0 Introduzione_________________________________________________26


2.0 La geografia dei dialetti siciliani_________________________________29


3.0 Le differenze fonologiche fra i dialetti siciliani_____________________30



V. Andrea Camilleri_______________________________________35



1. Biografia____________________________________________________36


2. Lingua______________________________________________________37


3. Il dialetto siciliano nelle opere di Camilleri_________________________38


4.Conclusione__________________________________________________41



VI. Bibliografia___________________________________________43


I. Introduzione


Non si può trovare una lingua che parli ogni cosa per sé senza aver accattato da altri”. Niccolò Machiavelli


Parlare di lingua o dialetto è la stessa cosa . Entrambi derivati dal Latino, entrambi sistemi linguistici complessi e variamente articolati, la lingua italiana e uno qualsiasi dei tanti dialetti parlati nella Penisola sono ugualmente legittimi per nascita e per sviluppo, e ugualmente funzionali nel loro uso. Come l’italiano, i dialetti italiani riflettono tradizioni e culture nobili ; possiedono un lessico e una grammatica ma vi sono ad ogni modo delle differenze.


In genere il dialetto è usato in una area più circoscritta rispetto alla lingua, la quale invece appare diffusa in una area più vasta.

L’espansione di una lingua parlata su un’area geografica più ampia: il fatto che tale lingua, divenuta lo strumento della classe dominante, possa essere scritta dai letterati, dagli organi dell’amministrazione periferica e del potere centrale; la circostanza che essa miri a diventare più regolare dandosi una “norma” stabilita dai grammatici ed insegnata a scuola: tutti questi fattori tendono a differenziare la lingua dal dialetto.


Il termine dialetto (dal greco Diálektos “lingua”, derivato dal verbo Dialégomai “parlo”) indica due realtà diverse:


  • Un sistema linguistico autonomo rispetto alla lingua nazionale quindi un sistema che ha caratteri strutturali ed una storia distanti rispetto a quelli della lingua nazionale


  • Una varietà parlata della lingua nazionale, cioè una varietà dello stesso sistema; per esempio i dialects dell’anglo-americano sono varietà parlate dell’inglese degli Stati Uniti: ovviamente tali dialetti hanno gli stessi caratteri strutturali e la stessa storia della lingua nazionale.


Il dialetto, si fa strumento di interpretazione e di espressione identificandosi come lingua dell’affettività, che non si contrappone affatto alla lingua italiana, ma ne costituisce, invece, uno degli aspetti che contribuiscono a farne la lingua nazionale.


Il dialetto è espressione dell’anima di un popolo e come tale va riscoperto, riva-

lutato e valorizzato, tanto più ora che assistiamo ad una modernizzazione della lingua, per cui si vanno perdendo molti tratti dialettali, assai tipici e caratteristici, una volta molto radicati nell’uso.

Lo studio del dialetto siciliano porta a ricercare le origini della lingua e gli influssi che essa ha subito. Una breve ricerca storica rivela la sua unicità e la sua natura multiculturale.

I diversi popoli, che negli ultimi 2.500 anni si sono susseguiti alla dominazione della Sicilia, hanno lasciato un’impronta indelebile nella lingua e nella cultura siciliana.

La parlata siciliana non deve essere considerata come dialetto ma come lingua a pieno titolo, per due ragioni :è nata con il popolo siciliano, è rimasta intatta nelle sue caratteristiche e peculiarità durante i secoli e gode della propria Grammatica e del proprio Vocabolario.

La lingua siciliana che tuttora si scrive e si parla, è in realtà la lingua degli Aborigeni siciliani.Questi aborigeni sono i Siculi provenienti del Lazio e i Sicani provenienti dalla penisola iberica e dall’Africa, che incontrandosi in Sicilia, hanno amalgamato il loro modo di vita e le loro lingue. Non vanno poi dimenticati gli Elimi, un pacifico popolo di pastori e contadini proveniente dalla Libia.

Fin dall’ottavo secolo avanti Cristo la Sicilia fu sottomessa da onde di invasori dagli idiomi più diversi: Greci, Fenici, Cartaginesi, Unni, Vandali germanici, Goti di Svezia, Arabi, Bizantini, Normanni nonché Stauffer di Svevia. Cui fecero seguito i Romani, gli Angioini, i Savoia, gli Aragonesi, gli Spagnoli e quindi gli Austriaci, i Borboni, i Francesi e persino gli Inglesi. È facile capire in che misura, attraverso questi influssi, la lingua siciliana possa essersi sviluppata arrivando ad essere quella che si parla e si scrive oggi. Il latino incise moltissimo sulle varianti dialettali siciliane, nonostante il greco fosse molto diffuso già due secoli prima della conquista romana.

Con il susseguirsi delle occupazioni, gli usi e i costumi siciliani cambiarono, ma la lingua resto’ immutata nella sua essenzialità anzi si arricchi’ per assimilazione di un infinità di vocaboli derivate dalle varie lingue europee, orientali ed africane introdotte nel puro idioma siculo.

Da lingua semplicemente parlata, la lingua siciliana comincio’ ad essere scritta e ad entrare negli atti notarili e nei documenti ufficiali intorno al 1000.

Federico II di Svevia, nipote di Barbarossa, venne proclamato re di Sicilia ancora giovanissimo. Essendo stato educato molto di più in Sicilia che in Svevia, istintivamente scelse Il dialetto siciliano come lingua nazionale.

Nonostante a corte egli parlasse un idioma esclusivamente franco-normanno, volle che la letteratura scritta e la lingua poetica fossero rappresentate dal siciliano, in quanto allora non esistevano ancora opere letterarie e trattati scientifici su carta. In quel periodo i siciliani stupirono con l’impiego della carta al posto della pergamena e già allora il dialetto sia scritto che parlato non era diverso da quello di oggi.

In questo vivacissimo ambiente culturale infatti, intorno agli anni Trenta del XIII secolo, era sorta la nuova lirica cortese in volgare italiano. Gli autori, legati alla struttura giuridica e amministrativa del Regno meridionale, trapiantarono nel volgare di Sicilia i modelli della lirica cortese provenzale, allo scopo di mettere a punto una lingua letteraria capace di rispecchiare il prestigio della corte di cui fanno parte.

Cosi’ questa lingua comincio’ ad imporsi, con la sua grammatica, la sua sintassi e la ricchezza dei suoi vocaboli potente nelle espressioni, all’attenzione del mondo culturale.

A partire dal 1250 Con la morte di Federico II e la dissoluzione della corte, l’eredità della scuola siciliana venne raccolta nel nord Italia, specialmente in Toscana, dove si venne a formare una corrente di poeti, i “siculo-toscani”, che in seguito avrebbe dato origine alla scuola del dolce stil novo e alla lingua italiana che si affermò come lingua del popolo italiano, al contrario del siciliano che fu degradato al ruolo di semplice dialetto regionale.

I poeti non erano più originari dell’isola e la Toscana ha ereditato dalla Sicilia il titolo di centro creativo della letteratura italiana. Nonostante ciò persino Petrarca e Dante Alighieri ammisero la preminenza della lingua popolare siciliana come prima lingua letteraria italiana. Un fatto molto importante da precisare, che mentre la lingua e la letteratura italiana si stavano formando, il siciliano ebbe un grandissimo influsso.


II. Il Dialetto siciliano attraverso i secoli


  1. L’influsso Latino (254a.c-410 d.c)


Dopo la prima guerra punica (241 a.c), i Romani occuparono la Sicilia e vi rimasero per piu’ di 600 anni.

Inizialmente la lingua dei romani, il Latino, non ebbe vita facile in Sicilia, perchè al latino si preferiva il greco, ritenuta lingua piu’ dotta.Comunque, con l’andar del tempo e poichè i romani tennero sotto il proprio dominio l’isola per più di 6 secoli, per forza, il latino entrò di fatto nella parlata siciliana.

L’influenza latina nell’isola è stata molto forte, anche se piuttosto lenta e contrastata dalle lotte tra Roma e Cartagine.Lo strato della popolazione che aveva acquisito il latino, comunque, non lo perse mai, neanche con le dominazioni greche ed arabe, ma anzi lo rafforzo’ con diverse ondate di colonizzazione culturale.

E cosi’ possibile rintracciare, nel siciliano, due diverse ondate di influenza latina :

una arcaica, basata sul sitema fonetico latino, con le vocali finali pronunciate sempre in maniera chiara (non come negli altri dialetti italiani meridionali).

una piu’ influenzata da correnti bizantine in cui si distinguono tre nuovi caratteri:

Si afferma:- la metafonia (cambio vocalico) tra Ragusa, Enna e Caltanissetta, per cui le vocali cambiano sotto la « u » finale come :

« muortu » diverso dal femminile « morta »

« fierru » al plurale « ferra »

-I gruppi consonantici « nd » e « mb » diventano « nn » e « mm », come:

quannu” per “quando”

-La d intervocalica diviene « r », come:

« Cririri » per « credere »

Oltre alle espressioni di origine latina che si riscontrano nella lingua italiana, il siciliano ne conserva alcune che non si riscontrano nell’italiano.

Il latino incise moltissimo sulle varienti dialettali siciliane.

Dai romani, è rimasto ben poco di questo latino antico, perchè l’influenza latina scomparve della Sicilia molto presto a causa della caduta dell’impero romano.

Il latino che esiste ancora oggi, è quello che risulto’ dalla rilatinizzazione che fecero Ruggero IIe FedericoII in Sicilia e nella bassa Italia.

Ci sono comunque ancora parole latine usate nel parlare giornaliero, come :


Italiano


Poco fa


L’anno scorso


Fico


Sporco


ventaglio per le mosche


ammonticchiare


premura


interiora


mestolo


Siciliano


Antura


Oggiellannu


Bifara


Grasciu


Muscaloru


Arrunchiari


Prescia


Stigghiola


Cuppinu


Latino


Ante horam


hodreest nnus


bifer


crassus


muscarium


arrucchiari


pressia


extiliola


cuppa



2. L’influsso Greco (735-254a.c)


I Greci quando misero piede sulle coste siciliane, parlavano quattro lingue :

Il dorico, l’arcadio-apriotta, l’eolico e lo ionico-attico che infine imporrà una sua centralità.

Secondo lo storico tedesco Holm, al tempo della grande spedizione ateniese contro Siracusa (415a.c), la Sicilia aveva 4.000.000 di abitanti: una popolazione da autentica « potenza demografica » circa 2.200.000 erano quelle delle città greche.

Mentre i Siculi e i Sicani persistevano ancora oltre il milione e gli insediamenti fenici, da Palermo a Saluto a Mozia contavano 300 mila anime e nelle terre di Entella fioriva il piccolo e nobile popolo siciliano degli Elimi.

Il sistema-sicilia, malgrado questa massa demografica, esportava grani in notevole quantità ed è certo che Siracusa ed Agrigento fossero anche città industriali ( tessuti, ceramiche,oggettistica e utensileria in bronzo...)

In questo laboratorio etnolinguistico che fu la Sicilia classica, 25 secoli fa si parlavano tante lingue e tanti dialetti : siculi e sicani, elimi e fenici e qui troverà forgia e forma il « greco », quello di Eschilo ed Euripide, che a migliaia ascoltano, nei grandi teatri siciliani.

E sarà questa la lingua in cui scrivevano in piena dominazione romana, autori siciliani di rilievo come Diodoro, Cecilio di Calacte e Sesto clodio.

La lingua e cultura greca rappresentano in quel periodo, una delle civiltà piu’ sviluppate e progredite.

Quando i Greci incominciarono a stabilirsi in Sicilia, la loro cultura, civiltà e lingua erano all’apice.

Con i greci la Sicilia diventa la culla della civiltà :i Greci lasciarono un’impronta indelebile nella parlata siciliana, come :

Italiano


Ciliegia


Lombrico


scivoloso

Siciliano


Cirasa


Casentaru


allippatu


Greco


Kerosos


ges enteron


lipos





Scherzare


Pane


Arraffone

babbiari


cuddura


scarafuni’

babazo


kollira


skariphao



I Greci fecero presa nel linguaggio parlato siciliano tanto che molti vocaboli ed espressioni di origine greca vengono ancora usati nel dialetto attuale senza rendersene conto.



3. L’influsso dei Barbari (410-535 d.c)


L’influsso dei Barbari sulla lingua siciliana non è ben documentabile.Durante la loro occupazione si continuo’ a parlare e a scrivere in latino e in greco.




4. L’influsso Bizantino (535-827d.c) ed Arabo (827-1064d.c)


Nell’anno 535d.c, l’Imperatore Giustiniano fece della Sicilia una provincia bizantina e si riparlò il greco perché la Grecia faceva parte dell’Impero Romano d’Oriente.Di conseguenza la lingua greca riemerse con tutto il suo vigore e rimase la lingua predominante per i prossimi tre secoli.


Verso la fine della dominazione bizantina, la Sicilia fu presa di mira, invasa e conquistata, in modo piuttosto sanguinoso, dagli Arabi Saraceni (827d.c) ad opera della dinastia degli Aghlabiti d'Africa. Retta da un emiro con capitale Palermo, gli Arabi fecero della Sicilia il loro epicentro commerciale nel Mediterraneo.

La conquista araba anche se cruenta, ebbe per l'isola degli aspetti positivi. Sotto di essa la Sicilia conobbe grande fortuna.


Dal IX all‘XI secolo, la Sicilia è stata assoggettata agli Arabi. Era inevitabile che in un tempo così lungo la lingua dei siciliani si arricchisse di espressioni usate dai dominatori nei campi più disparati, dal lavoro ai rapporti sociali, dalla toponomastica(1) ai nomi delle persone.


Gli arabi vi misero per circa 3 secoli e furono loro ad introdurre in Sicilia sistemi di irrigazione, le piantagioni di limoni, arancie, pistacchi, meloni, papiro, ...ecc.Tant’è che molte parole riguardanti prodotti dell’agricoltura sono di derivazione araba.

Gli arabi, vista la loro lunga dominazione durata per tre secoli, hanno lasciato una forte influenza nella lingua siciliana cosi’ come quella greca che continuerà a persistere.


Per il Prof.A Varvaro, autore di « Lingua e storia in Sicilia », saranno le Giudecche ebraiche a conservare più a lungo e in forme integre la lingua araba di Sicilia.Mentre almeno fino al 1150, i siquilli ancora maggioranza demografica e spesso ai vertici dello stato, scioglieranno lentamente la lingua del Corano nelle parlate siculo-romanze, contaminandole di arabismi.


Il modello delle madrase arabo sarà adottato al tempo stesso dell’Imperatore “Federico” e “Ruggero II” per le prime università.

(1) studio delle origini dei nomi di luogo, di una regione, di uno stato o di una lingua.


I Siciliani però, subirono la dominazione araba ma non l'accettarono, ne' vi si rassegnarono mai come lo provano le cinque successive insurrezioni (849, 912, 936, 989, 1038) che fecero traballare la potenza musulmana.

Nel sentimento e nel linguaggio popolare gli Arabi detti "Saraceni", , sono rimasti come nemici, ne è prova che la lotta vittoriosa contro i Saraceni è ancora il tema preferito nelle popolarissime pitture che ornano i carretti siciliani.


Diffusi sono i nomi di origine araba per indicare delle località. Molti toponimi iniziano con cala, dall‘arabo qal‘at (castello, fortezza): Calascibetta, Calatafimi, Caltagirone. Altri cominciano con gebel (monte): Gibilmanna, Gibilrossa, Gibellina.

Misilmeri’ « castello dell’emiro »(ar: manzil-al-amir)


Vi sono vari cognomi di origine araba: Badalà e Vadalà. (colui che appartiene ad Allah), Fragalà (consolazione di Allah), Zappalà (forte per volere di Allah), Morabito (colui che non beve vino).

Anche la profumatisima zàgara, che nell‘immaginario collettivo assurge quasi a simbolo della stessa Sicilia, ha un nome di origine araba.

Altri arabismi introdotti nel siciliano:


Italiano


Mercato


Soffitta


Cafiso


semi di sesamo


Vasca


Litigare


Cesta


Lumaca


cuscus

Siciliano


Zuccu


Dammusu


Cafisu


Giuggiulena


Gebbia


Sciarriarsi


Coffa


Babaluci


cuscusu

Arabo


Suq


Dammus


Qafiz


Giulgilan


Dijeb


Sciarr


Guffe


Babaluci


kouskous




5. L’influsso Normanno (1064-1190)


Dopo 3 secoli gli Arabi, per debolezza interna, furono sopraffatti in Sicilia da

Ruggero II d’Altavilla che legò la Sicilia all’Italia meridionale .

La corte normanna, nel XVII secolo , al tempo del Re Ruggero II, parlava francese ma le lingue dei siciliani continuano ad essere scritte in prevalenza con l’alfabeto arabo, come siculo-araba era la cifra stilistica delle arti e il carattere della cultura.

I Nordici ( i normanni) chiamavano Sicilienses, tutti gli arabi di sicilia, mentre definivano Greci tutti i cristiani .


Ruggero II riorganizzo' amministrativamente l'isola dandole un saldo potere centrale e facendone il fulcro della potenza mediterranea della stirpe normanna. Fondo' un regno assai prospero riuscendo con una saggia tolleranza religiosa a conciliare l'elemento arabo con quello cristiano.


La dominazione normanna ha lasciato il suo segno contaminando il siciliano con alcuni elementi gallo-italici.Le tracce di quest’influenza si trovano in queste parole comuni al Siciliano e al Toscano:

dumani” per domani

vozzu” per gozzo

Con i Normanni entrano nella parlata siciliana molte espressioni franco-

provenzali come:


Italiano


Nominare


Possidente


Giovanotto


Salita


Ceffone


Sedia


Siciliano


Ammuntuari


Buegirsi


Picciottu


Muntata


Buffazza


seggia

Franco-provenzale


Mentaure


Borgés


Puchot


Montada


Boffa


seige


Fin dagli ultimi anni dell’XI secolo, i Normanni, ormai stabilitisi in Sicilia, promossero un flusso 
migratorio ( il più grande movimento di popolazione del Medioevo ) che prese le mosse dal 
Monferrato, dall’entroterra ligure e dalla zona occidentale dell’Emilia, e portò al ripopolamento di
una vasta area della Sicilia, compresa tra il
Tirreno e il Canale di Sicilia.


Le parlate galloitaliche della Sicilia, dal punto di vista storico conservano la fase antica delle
parlate italiane settentrionali da cui hanno avuto origine e che per i rapporti di chiusura o di apertura
nei confronti del siciliano dell’area circostante rappresentano un terreno fertile di osservazione per
lo studio dei contatti interlinguistici.


6. L’influsso degli Svevi e Staufer(1190-1266)


Con la fine della dinastia normanna, il regno di Sicilia passo’agli Svevi.

Alla morte di Guglielmo II, ultimo monarco normanna, la corona di Sicilia passo’ a Costanza, zia di Guglielmo II e moglie del Re Enrico di hofenstauffen.

Fino all’avvento di Federico II, figlio di Costanza, alcuni Baroni tedeschi comandavano la Sicilia per quasi venti anni.


Nel 1208, Federico II di Hohenstaufen divenne re di Napoli e di Sicilia, fino al 1250.Sotto Federico II (1197-1250), formatosi culturalmente in Sicilia, l'isola raggiunse il punto forse proprio più alto della propria potenza, diventando per certi versi un modello di Stato assoluto ben organizzato e centralizzato quanto al sistema di governo, ma altamente tollerante in fatto di rapporti etnici e religiosi, ciò rese possibile la pacifica convivenza dei gruppi latini, normanni, tedeschi, arabi e greci che nel corso dei secoli si erano insidiati nell'isola.


Federico II, non solo aggiunse parole tedesche al vocabolario siciliano (non numerose comunque ), ma per lottare contro la religione islamica che si era a suo tempo diffusa nell’isola, da cristiano che era, comincio’un programma di rivitalizzazione della lingua latina per tutta la Sicilia e la bassa Italia trasformando un popolo di alfabeti (che avevano come lingua ufficiale l’arabo) in una massa di analfabeti.


Per questa ragione la lingua siciliana perse la rimanenza delle forme del latino antico e acquisto’ quelle del latino ecclesiastico che era un latino più giovane, rendendo la lingua siciliana più elegante e piu piacevole come suono.

Secondo alcuni studiosi, constatata l’impossibilità di poter imporre il francese come lingua unificante alla gente di Sicilia, Federico II trasferisce il centro di gravità del Regno dall’Isola multilingue al continente monolingue ed è a Napoli che, per ragioni politico-strategiche, fonda l’università.


In questo periodo in Sicilia si parlavano tre lingue, portatrici delle tre civiltà che l'avevano dominata: Greca, Araba, Latina, tanto che Palermo e' detta "Urbis felix, populi dotata trilingui"; oltre queste lingue si vide spuntare il primo germe del "volgare eloquio" e la città' divenne la culla della lingua italiana .



Quantunque breve, questo periodo lascio’qualche impronta di tedesco nel Siciliano:


Italiano


Tanfu


Muoversi con affanno


Pane


Risparmiare


Custodire


Pezzetto


Pergola

Siciliano


Puzza


Arrancari



Guastedda


Sparagnari


Vardari


Scagghia


Pervula

Tedesco


Tampf


Rank



Wastel


Sparen


Warten


Skalia


prieel



Le drammatiche condizioni di analfabetismo, che perduravano ormai dalla fine del luminoso periodo islamico, paradossalmente, proteggeranno la Lingua Siciliana negli strati popolari, condannandola pero’ a essere une lingua sempre piu’ povera, privata di prestigio sociale, perseguitata in modo breve durante il Ventennio facista e in modo subdolo negli anni della Prima Repubblica.


7. L’influsso degli Angioini (1266-1282)


Alla morte dell’imperatore Federico II(1250 d.c) , per 11 anni la corona passo’ al figlio del re d’Inghilterra, Edmondo di Lancaster, che fu poi destituito dal nuovo Papa francese che affido’ il regno a Carlo di Anjou, fratello del re di Francia, che la tenne dal 1266 al 1282.


Durante questo periodo angioino la parlata francese prese piede in Sicilia con tante espressioni che ancora oggi vengono usate.


Sebbene di breve durata il periodo angioino contribui’ a consolidare la parlata francese che diede al Siciliano espressioni come:


italiano


nascondere


sarto


luglio


furto


russare


lavorare


macellaio



Siciliano


ammucciari


custureri


giugnettu


scippu


runfuliari


travagghiari


vucceri



Francese


mucer


costurier


jugnet


chiper


ronfler


travailler


boucher




8. L’influsso Spagnolo e Catalano (1282-1860)


Una rivolta popolare (i Vespri siciliani del 1282) caccio’ Carlo di Anjou, ma la Sicilia rimase comunque in balia di uno straniero, Pietro d’Aragona, che aveva appoggiato la rivolta ed i rivoltosi.


Angioini e Aragonesi litigarono per tanto tempo e dopo la Pace di Caltabellotta nel 1302, la Sicilia fu assegnata agli Aragonesi.

Solo nel 1479 la Sicilia diventò vicereame spagnolo e rimase alla Spagna fino al 1712, quando fu attribuita ai Savoia.


Gli Spagnoli Borboni per 500 anni occuparono la Sicilia e le loro espressioni si amalgamarono armoniosamente.La dominazione borbonica fu triste per l'isola (eccetto il regno di Carlo V il riformatore), per l'inettitudine e la perversità del re che nulla aveva capito della vasta importanza che essa aveva assunto nella storia.


La loro lingua si fuse in modo armonioso con quella siciliana :


Italiano


Cadere


Cortile


Lamento


Pentola


Lupara


Fidanzata


Sbagliare


Indovinare

Siciliano


Abbuccari


Curtigghiu


Lastima


Pignata


Scupetta


Zita


Sgarrari


nzittari

Spagnolo


Abocar


Cortijo


Làstima


Pinàda


Escopeta


Cita


Esgarrar


encertar


Dal secolo XVIII e fino al 1443, la lingua Siciliana gode comunque di ufficialità, prestigio e riconoscimento.Fin quando il Re di Spagna Alfonso V° unisce la Sicilia e Napoli, introducendo come lingua il Castigliano, mentre prende avvio la lunga “diffusione silenziosa” del Toscano che si pone come “polo idiomatico” alternativo al Siciliano.


9. L’influsso italiano


Dal 1516 al 1665, la Sicilia era castigliana e avrebbe dovuto rientrare nel progetto di ispanizzazione promosso dal Nebrija con la sua grammatica pubblicata nel 1492. Invece l’uso dello spagnolo, in seno al trilinguismo ufficiale, era abbastanza ridotto, come mostrano le grammatiche di cui ben 538 sono in italiano, 180 in latino e 189 in castigliano.

Gabriella Alfieri, professore ordinario di Storia della lingua italiana all'Università di Catania, sottolinea che queste ultime erano limitate a temi di interesse strettamente burocratico o di costume, mentre quelle in italiano trattavano argomenti più pratici e più vari.


Se non era l’effetto di una consapevole politica linguistica, l’italianizzazione in Sicilia aveva però basi concrete, ed era motivata da:

  • Fattori pratici: come l’immigrazione, il commercio con varie regioni d’Italia ed i contatti diplomatici con le Corti dell’Italia centrale e settentrionale


  • Istanze culturali testimoniate dall’influsso sempre crescente di opere letterarie toscane e di grammatiche del volgare toscano.

Però il processo era lento perché l’apprendimento dell’italiano dipendeva da iniziative personali, visto che l’istruzione formale continuava a farsi in latino.
L’uso dell’italiano negli atti notarili fu impiegato solo nel
1652 e l’insegnamento scolastico dell’italiano iniziò solo verso la fine del Settecento. Un canale importante della toscanizzazione era la religione perché dopo il Concilio di Trento, dal 1588, i parroci ricevevano il materiale per la catechesi in italiano, anche se poi lo trasmettevano ai soldati castigliani in spagnolo e ai parrocchiani incolti in siciliano.


La produzione letteraria continuò a scriversi in dialetto, ma piuttosto in una koiné pansiciliana(2) distante dalla lingua effettivamente parlata, e pertanto viene interpretata come un’ aspirazione nostalgica piuttosto che un’esigenza reale e popolare.

Tra i primi tentativi dell’uso del toscano in Sicilia sono da menzionare:

un trattato sull’agricoltura” di A. Venuti (1516), “Iscrizioni lapidarie” (1525) e preghiere come “il Confiteor del vescovo di Patti” (1567).

Quando il toscano ebbe il riconoscimento ufficiale nel 1652, non fu l’inizio di una politica linguistica (come nel regno di Savoia) bensì sanciva una situazione che era già in atto.

(2)lingua parlata da una comunità linguistica che si sovrappone a una preesistente pluralità di aree linguistiche


Naturalmente durante il Settecento l’uso del toscano dilagava e cominciò a penetrare anche nei livelli sociali inferiori. Con le scuole, le biblioteche, le traduzioni, i fogli socio-politici, dizionari, grammatiche, prediche e catechismi, l’uso dell’italiano aumentò tanto da provocare la reazione dell’Accademia Siciliana a Palermo che nello statuto del 1790, redatto da Giovanni Meli, il maggior poeta dialettale del tempo, dichiarò che i soci avevano l’obbligo di difendere, parlare e scrivere la lingua siciliana.


L’italianizzazione era avanzata, ma si parlava soprattutto il siciliano, e il toscano restava una lingua libresca di cui l’acquisizione era spesso soltanto passiva.

Dopo lo sbarco di Garibaldi e delle sue mille camicie rosse, La Sicilia vienne annessa all’Italia.

Il dialetto siciliano continua ad essere parlato sempre di meno.

Con l’unificazione d’Italia e l’imposizione della Lingua italiana ai siciliani, un altro vocabolario venne messo al di sopra di tutti gli altri.

C’è da dire che la lingua siciliana ha influenzato una piccola parte della lingua italiana come spiega G.Gulino, professore di dialettologia nell’università di Catania: “il dialetto siciliano, la nostra memoria storica”


Siciliano


abbuffarisi

agghiurnari

Arrè

arrusciari

basculla

buffetta

buttunera

carriari

custureri

fuméri

giugnetto

grattari

Isari


Italiano


satollarsi

far giorno

ancora

innaffiare

bilancia

credenza

fila di botto

trasportare

sarto

concime

luglio

grattuggiare

alzare



Negli ultimi anni, per il diffondersi dei mezzi di comunicazione di massa, soprattutto di radio e televisione, si è cominciato a parlare più l’italiano che il dialetto. Nella parlata della gente le parole dialettali si mescolano sempre di più con quelle italiane e a poco a poco i dialetti scompaiono.

Secondo Leoluca Criscione, presidente dell’Associazione di Emigranti Siciliani, “il dialetto siciliano comincia il suo inesorabile declino, colpito a morte dalla televisione.Questo progressivo decadimento dell’uso della nostra lingua rappresenta un lento suicidio culturale


La fonti dicono che il primo documento statale scritto del tutto in Toscano è del 1526; l’ultimo redatto in Siciliano è del 1543


III. Il Futuro della Lingua Siciliana


La Sicilia, che dal 1946 gode di un proprio Statuto di Autonomia, mai applicato fino in fondo dai politici Siciliani che l’hanno governata sino ad oggi, è l’unica Regione a Statuto Speciale che non si vede riconosciuta la propria lingua.


Quasi tutte le Lingue regionali dello Stato italiano sono oggi tutela dalla Legge 3366 del 25-11-1999, ad esclusione, della Lingua Siciliana che non ha il semplice diritto all’esistenza.Mentre è dal 1957 che nelle scuole pubbliche di tutte le Regioni a “Statuto Speciale”dello Stato italiano si insegna, anche se in modo generico, la “cultura regionale”.

In Sicilia molti corregionali dichiarano di sentirsi socialmente e culturalmente ridotti quando parlano il dialetto.

Il dialetto siciliano si potrebbe trovare ormai sulla via del tramonto.

Quest’ultimo continua a testimoniare l’unicità della multicultura siciliana, la cui particolarità risiede nel fatto che, contrariamente ai paesi di forte immigrazione, dove la componente multiculturale nasce dalla simultanea presenza di diversi popoli, ogni singolo siciliano rappresenta un soggetto multiculturale.


In Siciliano:

Si scherza in Greco

Babbiari

Babazo =scherzare

Si sporca in Latino

Ngrasciarisi

Crassus =sporco

Si litiga in Arabo

Sciarriarisi

Sciarra=fare la guerra

Si lavora in Francese

Travagghiari


Travailler=lavorare

Si risparmia in Tedesco

Sparagnari

Sparen=risparmiare

Si uccide in Spagnolo

Scupetta

Escopeta=Fucile


Si ruba in Italiano

Arrubbari

Rubare=rubare


Chi parla siciliano, quindi, è come se parlasse 8 lingue:

greca, latina, araba, francese, spagnola, catalana, tedesca e italiana.Si puo’ pertanto sostenere che, grazie al passaggio dei popoli più svariati sul suolo siciliano e al vero groviglio di idomi che hanno creato, si sia sviluppata in modo autonomo una lingua cosmopolita.

In tal modo la Sicilia, spesso disdegnata e considerata solo come ultima appendice dello stivale, con la sua lingua racchiude in sè il mondo.

Secondo Noam Chomskj, padre della linguistica contemporanea, “il dialetto siciliano è vissuto come una lingua di ignoranti, nel quadro di una diglossia discriminatoria e antipopolare, quando va meglio diventa fonte di barzellette, quando va peggio, si identifica del tutto nella lingua ufficiale della criminalità piu’ o meno mafiosa”.

Il dialetto siciliano ha uno statuto speciale rispetto agli altri dialetti vista la sua lunghissima storia che l’ha arricchito e che l’ha portato al rango di lingua e non più di dialetto.Ma questo non annulla il fatto che è una lingua considerata di basso livello rispetto all’italiano standard, percio’ viene trascurata .

In tal modo, la parlata siciliana rimane una via di mezzo fra lingua e dialetto: dal punto di vista linguistico ha tutte le carratteristiche per essere considerata una lingua a pieno titolo, visto che è stata la prima lingua letteraria italiana, ha la sua propria grammatica ed il proprio vocabolario ed è una lingua che si è arricchita attraverso gli idiomi dei popoli che l’hanno abitata per secoli.

Dal punto di vista ufficiale, la parlata siciliana è sottovalutata ed è considerata come un mediocre dialetto .

Mario de Mauro, Direttore di “Terra e Liberazione”e portavoce della “Libera Università” della patria siciliana, afferma che “sebbene la Lingua Siciliana non sia mai stata una lingua del potere, ha sempre avuto un proprio ambito nel quale godeva del prestigio conferitogli dall’uso corrente.Essa si è adattata per sopravvivere, a tutte le dominazioni” .

Sia l’Unesco Red Book (Associazione delle Lingue minoritarie in Europa e nel Mondo)che Ethnologue (Centro di studio delle lingue minoritarie nel mondo) e molti altri studiosi affermano che il siciliano è una lingua distinta dall’italiano.

Secondo lo Studio del Centro Ethnologue di Dallas, “il Siciliano è differente dall’Italiano standard in modo sufficiente per essere considerato una lingua separata, è inoltre una lingua ancora molto utilizzata e si può parlare di parlanti bilingui in siciliano e italiano standard”.

Se a livello culturale esiste ancora oggi una fiorente attività che ruota sul siciliano, a livello politico mancano ancora forti segni di rilancio della battaglia per la valorizzazione della lingua siciliana. La rinascita in questi ultimi anni di movimenti politici sicilianisti come Noi Siciliani o il Partito Siciliano d’Azione potrebbe però riportare in auge questa tematica.

IV. Le differenze principali fra i Dialetti Siciliani 

    1. Introduzione


Molte lingue europee hanno avuto il vantaggio che ad un certo punto della loro storia, autori di grande fama hanno scritto in queste lingue, contribuendo cosi’ alla loro normalizzazione.In questo modo nascono delle lingue letterarie standard con cui autori di rilievo cercano di rivaleggiare .

L’uso sociale di tale lingue stabilisce cio’ che puo’ essere chiamato una lingua aulica .Una lingua aulica presenta, sia nella sua forma scritta che nella sua forma orale, delle norme accettabili.Le deviazioni da queste norme sono più tollerate nella lingua parlata che nella lingua scritta.

All'inizio del XVII secolo, William Shakespeare (1564-1616) ha aiutato a stabilire una lingua aulica in inglese, usando il dialetto di Londra come standard.

Cervantes, il suo nome e cognome erano Miguel de Cervantes Saavedra (1547-1616), ha compiuto la stessa cosa per il castigliano (oggi chiamata lingua spagnola ) nei primi anni del XVII secolo.

Prima Martin Lutero (1483-1546) ha fatto la stessa cosa per la lingua tedesca, e naturalmente Dante Alighieri (1265-1321), Giovanni Boccaccio (1313-1375) e Francesco Petrarca (1304-1375) fecero altrettanto per stabilire la lingua regionale della Toscana come una norma letteraria per l’Italia nel XIV secolo.

Nel caso del siciliano, sfortunatamente pochissimi dei suoi grandi scrittori scelsero di usarlo. Così, i tentativi per creare una lingua siciliana letteraria erano inconseguenti e limitati ad alcuni movimenti che fallirono ad attirare l'appoggio degli intellettuali siciliani e dei poteri politici.

Senza questi, non era possibile creare un'idioma siciliano letterario intorno a cui possono stabilirsi forme grammaticali, lessicali, e sintattiche accettabili.

Il siciliano, dunque, è rimasto una lingua parlata per eccellenza con forti tradizioni orali. Naturalmente, non c'è niente di negativo in questo, tranne il fatto che la mancanza di un forte standard letterario ha permesso ad ogni dialetto siciliano ( i parrati siciliani ) di esprimersi attraverso norme linguistiche leggermente diverse.

Bisogna ritenere che la situazione dialettica della Sicilia è molto complessa.

Molte differenze fra le varie parlate siciliane sono fondate sulla fonologia, cioè, sui suoni usati per articolare la lingua.

Ci sono anche alcune differenze grammaticali, e sintattiche alcune volte sono troppe, ma facendo la distinzione fra i princi’pi fonologici, si puo’ largamente distinguere come un parlata differisce da un altra.

I dialetti della Sicilia sono abbastanza simili, anche se ci sono delle differenze fra la zona occidentale, quella centrale e quella orientale.

Tutti i dialetti siciliani hanno una caratteristica comune, che è un modo di pronunciare alcune consonanti come la D e la R, e gruppi di consonanti come TR, appoggiando la lingua non sui denti, ma sul palato.

Questo tipo di pronuncia si chiama "cacuminale". In alcuni comuni, come Piana degli Albanesi, Contessa Entellina e Palazzo Adriano, si parlano tuttora dialetti albanesi; in questi luoghi, infatti, alcuni secoli fa si insediarono gruppi di persone provenienti dall’Albania (XV secolo).

Le differenze fonologiche principali:

1)Metafonia della vocale tematica

2) La sostituzione della |d |con la |r|

3) La sostituzione della |gghi| con la |gli|

4) La sostituzione della” ci” con il suono aspirato fortemente simboleggiato con x

5) La sostituzione di una consonante senza voce con una consonante con voce

6) La sostituzione della |gghi| con |ggi| e della |Chi/cchi |con |ci/cci|

7) La scomparsa del |g| duro iniziale

8) La scomparsa del |g| duro nel |gr| di grappolo iniziale

9) La sostituzione del |gu| iniziale prima di un vocale con |v|

10)La sostituzione di |dd| con | ll |

11)La scomparsa della |r| interna con l'allungamento consonantico: Caso #1

12)La scomparsa della |r| interna con l'allungamento consonantico: Caso #2

13)L'inserzione di una |v |tra due vocali

14)La variazione delle vocali nella penultima sillaba quando l'accento è sull’antipenultima

Naturalmente, non ogni parlata siciliana presenta le variazioni indicate prima nella maggior parte degli
esempi.Una in particolare espone solo una o possibilmente due delle differenze. Attraverso la seguente
mappa si puo’ indicare dove ogni divergenza è stata registrata.



Figura 1: la mappa linguistica della Sicilia

Per indicare le aree delle diverse parlate, occorre una mappa linguistica e politica della Sicilia, dividendola in nove province, con il nome della provincia rispettiva.Vedasi figura1.

Queste province chiamate per primo con il loro nome italiano seguito dal loro nome siciliano e poi fra parentesi, l'abbreviazione di ogni provincia.

  1. Messina/Missina ( MI)

  2. Catania/Catania ( IL CT)

  3. Siracusa/Siracusa ( LO SR)

  4. Ragusa/Rau’sa ( IL RG)

  5. Enna/Enna ( L'EN)

  6. Caltanissetta/ Catanissetta ( CL)

  7. Agrigento/Girgenti ( L'AG)

  8. Trapani/Trapani ( IL TP)

  9. Palermo/Palermu o Palemmu (PA)

Fra provincia e provincia, ma persino fra città e paesi adiacenti, vi sono spesso differenze dialettali notevoli a seconda dei quali dominatori stranieri vi furono stabiliti.

Citiamo ad esempio le cittadine di:

- San Fratello, Novara di Sicilia, Piazza Armerina e Aidona dove si tramanda la lingua franco-italica :

l’italiano “tornando”, in siciliano “turnannu”, diventa in franco-italiano “turnain”

sapore” in siciliano “sapuri”, diventa “savor”.

-Il nome di Francavilla di Sicilia deriva chiaramente dai Franchi che la costruirono durante l’epoca normanno-sveva.

-A Palma di Montechiaro, Licata e Naro :

la “ch” – differentemente dal siciliano – viene pronunciata dolce :

chiavi” diventa “ciavi”

chiesa” diventa “ciesa”

chiodo”, in siciliano “chiovu”, diventa “ciovu”

- A Palermo è tipica una parlantina strascicata :

il siciliano “furnu” diventa qui “fuirrnu”, mentre nella Piana degli albanesi i profughi qui residenti continuano a mantenere la propria lingua e le proprie usanze: una nicchia culturale che ricorda le bamboline russe.


2.0 La geografia dei dialetti siciliani

I dialetti siciliani si possono dividere in tre larghe regioni. che sono:


  • Il siciliano occidentale ( WS)

  • Il siciliano centrale ( CS)

  • Il siciliano orientale ( ES)


Ognuno si può suddividere a turno in dieci (10) dialetti:

Il dialetto di Palermo ( WS-1)

Il siciliano occidentale ( ws) Il dialetto di Trapani ( WS-2)

Il dialetto di Girgenti ( WS-3)*


Il dialetto delle Madonie ( CS-1)

Il siciliano centrale ( SC) Il dialetto di Enna-Caltanissetta ( CS-2)

Dialetto di Girgenti ( CS-3)’


Il dialetto di Missina ( ES-1)

Il dialetto del Nord-Est ( ES-2)

Il siciliano orientale (ES) Il dialetto di del sud-est ( ES-3)

Il dialetto di Catania-Siraùsa ( ES-4)


* Girgenti la porzione occidentale della provincia

Girgenti la porzione orientale della provincia


  1. Le differenze fonologiche fra le parlate siciliane


3.1 Metafonia della vocale tematica


Metafonia vuole dire la dittongazione della vocale accentata. In Sicilia ci sono due aree dialettiche esibendo metafonie, il siciliano centrale (CS), particolarmente CS-2 e CS-3, e ES, e quello del sud-est-3.

Le trasformazioni generali sono:


|o| |uo|

|e| |ie|

Esempi

|bonu| = bene

|pedi| = piede ( o i piedi)


Nota: Dentro la città di Palermo e le sue aree esterne la metafonia della vocale tematica è registrata, ma questo fenomeno è recente. È molto probabile che la metafonia osservata a Palermo sia dovuta alla crescente influenza dell’italiano, che presenta metafonia delle stesse vocali tematiche.


3.2 La sostituzione della| d| con la |r|

Questa trasformazione si caratterizza dalla sostituzione della |d|con la| r|.

A prima vista, questa sostituzione può apparire dispari, ma la |r| in questione nel siciliano* è prodotta da una singola agitazione della lingua contro la cresta dell’alveolare superiore, e questo suono rassomiglia a un specie di suono della |d|.

Questo fenomeno è conosciuto come Rotazione, ed è la sostituzione della |r| da un altra consonante, e comunemente presente in entrambi il siciliano orientale (ES) e il siciliano occidentale (WS). Esso può accadere internamente, o può concernere la ‘d’ iniziale .

* Ci sono diversi suoni distinti nel siciliano che sono rappresentati ortograficamente dalla |r|. Esempio: la |r| vibrante che si fa rapidamente facendo vibrare la punta della lingua contro la cresta alveolare superiore.


Esempi

|pedi| = piede ( o i piedi)

|cudu| = coda

|diri| = per dire, al dire

la dentina = dente ( o i denti)


3.3 La sostituzione di |gghi| con |gli|


Questo fenomeno linguistico accade principalmente nel siciliano centrale (CS), più precisamente in CS-3 e probabilmente si estende in CS-2.


Esempi

|figghiu| = figlio

|ogghiu| = petrolio/olio

|mugghieri| = moglie

|pigghiari| = pigliere


3.4 La sostituzione di ‘ci ‘con suono fortemente aspirato qui rappresentato per x


Questo fenomeno ha una distribuzione simile a quelli di sopra, vale a dire, WS-3 e CS-3, ed esso si estende probabilmente in CS-2. Bisogna fare attenzione a che la ‘x’, è usata per rappresentare questo suono ortografico, mentre la rappresentazione fonetica si da con la| h|.


Esempi

|Ciumi| = fiume (o i fiumi)

|Ciuri| = fiore (o i fiori)

|Ciamma| = fiamma

|Ciatu| = fiato

Nota: In alcune parlate siciliane ad esempio a Gangi nelle Madonie, le parole che iniziano con la ‘c’ vengono scritte con la |sci|. Gli esempi si danno.


Esempi

|ciumi| |sciumi|

|ciuri| |sciuri|

|ciamma| |sciamma|

|ciatu| |sciatu|


3.5 La sostituzione di una consonante senza voce con una consonante che ha voce


Questo fenomeno linguistico concerne generalmente la ‘c’ dura e la ‘ci’(molle c).Questi suoni sono normalmente senza voce nel siciliano ma a volte, sono espressi. Una parte dei dialetti siciliani orientali mostra questa caratteristica. Comunque, nel siciliano standard tali suoni sono tipicamente senza voce.

Esempi

|manciari| = a mangiare

|sfocu| = il sollievo

|ricordu| = memoria, il ricordo


3.6 La sostituzione del |gghi| con |ggi| e di |Chi/cchi |con |ci/cci|


Questo fenomeno è limitato al dialetto del sud-est ( ES-3 ), e non tutte le parole che contengono questi grappoli sono concernate. Questa area dialettica è celebre per la sua metafonia ed anche per la Rotazione.

Esempi

|arragghiu| = ragli, ragliando

|occhiu| = occhio

|tanticchia| = un po'

|chianciri| = al pianto


3.7 La scomparsa della |g| dura iniziale


Questo fenomeno è molto esteso in tutta la Sicilia ed è presente in entrambi il siciliano occidentale (ws) e siciliano orientale (es). Questa scomparsa della |g| dura accade anche se la |g| dura è presente tra due vocali, cioè, la |g| dura intervocalica.

Nel siciliano occidentale la |g| scompare semplicemente, ma nel siciliano orientale va dietro una /i/ consonantica quando scompare.

Esempi

|gàddu| = gallo

|gàddina| = gallina

|Rigàlu| = doni, presenti

|Prigàri| = implorare, pregare


3.8 La scomparsa della |g| dura nel |gr| di grappolo iniziale


Cosi’ come il fenomeno precedente, questo è distribuito anche estesamente in tutta la Sicilia ed è presente comunemente nel siciliano occidentale (WS) come nel siciliano orientale (ES). È certo che la forma originale è quella del |gr| e non una altra, percio’, |ranni| deriva da |granni| che deriva dal latino grandis/grande.

Esempi

|granni| = grande,adulto

|grossu| = grande

|grutta| = caverna; |grotta| , |grassu| = grasso


3.9 La sostituzione del |gu| iniziale prima di una vocale per | v|


Questo fenomeno è presente in varie aree. È molto comune sia nel siciliano orientale (WS) che in quello occidentale (ES).


Esempi

|guadari| = all'occhiata

|guadagnari| o |varagnari|* = guadagnare

|Guastari| = a devastare, a rovinare

|Guarniri| = ad adornare, a fornire


* Rotazione di esposizione.


3.10 La sostituzione di | dd | con | ll|


Questo fenomeno è presente in varie aree, ed infatti il gruppo‘ll’ caratterizza il siciliano vecchio.

Esempi

|beddu| = bello, bello

|nuddu| = nessuno, nessuno

|chiddu| = quello

3.11 La scomparsa della |r| interna con La germinazione consonantica: Caso #1


Questo fenomeno si osserva nel siciliano occidentale, specialmente in WS-1. Normalmente, esso accade quando la |r| è preceduta da una vocale e seguita da una consonante, come negli esempi siciliani. Quando la |r| scompare, è sostituita dal suono della |i| seguita dall'allungamento susseguente della consonante seguente (la geminazione consonantica).

Esempi

|purtari| = a raggiungere

|porcu| = maiale

|forti| = forte

|corpu| = corpo


3.12 La scomparsa della |r| interna con La germinazione consonantica: Caso #2


Questo fenomeno si osserva nel siciliano orientale. Di nuovo, esso accade quando la |r| è preceduta da una vocale e seguita da una consonante, come negli esempi siciliani. Ma quando la |r| scompare, essa è sostituita solo dall'allungamento susseguente della consonante seguente (la germinazione consonantica).

Gli stessi esempi come in 3.11.


3.13 L'inserzione di una | v | tra due vocali


Questo fenomeno si osserva nel siciliano occidentale, specialmente in WS-1. L’ intervocalica ‘v’ è pronunciata come la’ v’ nello Spagnolo, cioè, come una consonante fricativa bilabiale e non come la ‘v’ in Inglese, che è una consonante fricativa di labio-dentale.

Esempi

|niuru| = nero

|autru| = altro

|causi| = pantaloni

|cauciu| = scalci

3.14 La variazione della vocale nella penultima vocale, quando l'accento

è sull’antipenultima


Questa variazione accade per le vocali non accentate nel siciliano non articolate come quelle dell'italiano. Se la vocale della antipenultima lo è, la vocale non accentata nella penultima sarà una 'a', una 'i', o una 'o'.


Esempi

|monacu| = monaco

|portanu| = portano

|fradiciu| = marcio

|Muzzicu| = io mordo


V. Andrea Camilleri

 


L’autore che ha contribuito alla rinascita del dialetto siciliano


1. Biografia


Nato a Porto Empedocle (Agrigento) nel 1925, Andrea Camilleri ha lavorato a lungo come sceneggiatore e regista teatrale e televisivo, producendo le famose serie del commissario Maigret e del tenente Sheridan.


In seguito, nasce in lui anche la vena di scrittore prima di saggi sul teatro (Pirandello in particolare) e di romanzi di ambientazione siciliana nati dalle sue personalissime ricerche sulla storia dell’isola.”.Inizia nel 1978, con ‘‘Il corso delle cose’’. Segue “Il filo di fumo” (1980) edito da Garzanti, ma è “La stagione della caccia” (1992, Sellerio) a decretare il successo editoriale (60 mila copie vendute).


Da quel momento la strada è in ascesa per l’autore siciliano che raggiungerà la popolarità con le ‘storie ’del commissario Salvo Montalbano. Il primo libro sulle sue inchieste (1994) è “La forma dell’acqua” escono in seguito tre altri romanzi:’’il cane di terracotta’’ ,’’Il ladro di merendine’’, “la voce del violino’’(premio Flaiano 1998)e « Gli arancini di Montalbano ».


La particolarità di quest’autore è la sua scelta linguistica. Infatti Camilleri volendo far rivivere il dialetto siciliano ha avuto l’intelligenza di inventare una lingua mista fra l’italiano e il siciliano che potrebbe essere capita da tutti ed è un modo per introdurre e far conoscere la lingua siciliana .


2. Lingua


In tempi recenti il dialetto siciliano è salito nuovamente alla ribalta grazie ad autori come Pirandello, Verga, Capuano, il grande poeta Ignazio Buttita sino al contemporaneo Andrea Camilleri.

Il siciliano che oggi fa tendenza è la lingua del commissario Salvo Montalbano, il popolare investigatore di Vigata creato dalla fertilissima fantasia di Andrea Camilleri. E' un fenomeno letterario, televisivo e anche commerciale che sta spingendo l'interesse per la riscoperta del dialetto.


Se si apre per la prima volta un libro di Andrea Camilleri, subito si nota il mélange italo-siculo del creatore di Montalbano che è un'invenzione linguistica continua : Camilleri compie un'operazione di tipo lessicale, non di sintassi. Nei suoi romanzi ci sono dei termini dialettali ma l'impianto resta italiano.


Camilleri è riuscito ad inventare un dialetto letterario inimitabile e amatissimo dal pubblico dei lettori

Questa invenzione di un linguaggio italiano alla base ma che introduce parole siciliane è intelligente perché ha ridato alla lingua siciliana il suo prestigio e ha permesso a migliaia di lettori di scoprirla .

Andrea Camilleri parla della sua scelta linguistica dicendo: « Sono nato a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, e il dialetto l'ho molto frequentato. La lingua che uso nei miei libri non è la trascrizione del dialetto siciliano. È una reinvenzione del dialetto ed è il recupero di una certa quantità di parole contadine, che si sono perse nel tempo. Cataminarisi ("muoversi"), per esempio, non viene adoperata nel linguaggio piccolo borghese che era il nostro: era linguaggio contadino.
Tante cose del linguaggio contadino io le immetto all'interno del mio linguaggio, della mia scrittura. E questa è una lezione che ho appreso da Pirandello.

Nella sua meravigliosa traduzione del Ciclope di Euripide in dialetto siciliano Pirandello fa un'operazione strepitosa che è quella di usare due livelli di dialetto: uno è il livello contadino del Ciclope, presentato proprio come un massaro: "Chiove, figlio mio; me ne fotto". E l'altro è il linguaggio di Ulisse, che ha viaggiato e quindi parla così: "Scussate, non vorrei distrubbare ma...". Ecco: questa è stata una lezione per me fortissima ».

3. Il Dialetto siciliano nelle opere di Camilleri

Un analisi delle opere del Camilleri ci permette di notare l’uso di un Dialetto siciliano locale e di
una varietà mista
.

  1. Il Dialetto siciliano locale :


*Nel discorso diretto di vari personaggi :

-il commissario Montalbano e i suoi dipendenti

-persone anziane e gente incolta

-gli originari dell’isola

  • « Vidisse,commissario, io travagliavo al bar pirchi’Maria faciva che faciva.Io travagliavo e mi guadagnavo u pani pirchi` in pai`si non si doviva diri ca io campavo come ruffiano alli spaddri di me` mogliere »(Serafi ,pg35 ,Gli arancini del commissario Montalbano).


  • « ...ma quelle sono case di povirazzi ! che ci arrobi ? » (il commissario Montalbano ,pg 12,Gli arancini di Montalbano).



  • « Veru è ca la nonna morsi ? » (figlio della signora Guaudenzia ,pg29,Gli arancini di Montalbano).

  *Nei termini quotidiani come :

Càmmara = camera Pinsèro = pensiero

Simàna = settimana Travagliare = lavorare

Unni=dove Cataminarsi = muoversi

Chianta = pianta Corcarsi=dormire

Fìmmina = donna Nisciùto = uscito

  1. La varietà mista :

Il dialetto siciliano che e` intimamente integrato nel discorso in italiano:

  1. Quando l'autore esprime gli stati d'animo o le azioni del commissario Montalbano, per es.:

1 « Ancora cento metri e il commissario di Vigatà non avrebbe avuto nulla a che fare con la facenna .La casa dove avevano trovato il morto era completamente isolata .Fatta di pietre a secco, consisteva di tre càmmare allineate a piano terra... » (Gli arancini di Montalbano, pg65)

« ...come non gli raprii la porta della càmmara di letto e non rispose al suo chiamare.»Malinconicamente si spoglio’ e si corco’sul divano del saloncino » ( Gli arancini di Montalbano, pg25).  

Spesso, il termine dialettale non e` adattato all'italiano se si riferisce a :

- delle specialità regionali siciliane :

« Mustazzolo di vino cotto »

«pasta fredda con pomodoro»

«vasalico` e passuluna»

«pasta ‘ncasciata »

«tinnirume  »

«petrafe`rnula »
 

- dei modi di dire o espressioni:  

« cinquantino»

« pigliato dai turchi  »

« rompere i cabbasisi notte funnuta ». 


  1. Nel discorso diretto dei vari personaggi (ladri, rappresentanti delle forze dell'ordine, ...ecc):
     
    1 « ora ce lo conto. Fino a qualche anno passato io travagliavo nelle villette a ripa di mare,quando i propretari se ne andavano perché veniva il malottempo .Ora le cose sono cangiate. »(Genco Orazio, pg11, Gli arancini di Montalbano)

2  « per non fàrimi sentiri dagli altri.Fazio m’ha dato priciso ordine di fari questa tilifonata solo a lei con lei » (Catarella, pg 23, Gli arancini di Montalbano).


Questa piccola analisi ci permette di notare l’ingegno dell’autore che non si è limitato a scrivere racconti polizieschi ma ha avuto il corraggio di usare una lingua oramai trascurata da secoli e scommettere su di essa compiendo l' innesto del siciliano sul tronco italiano .

In questo modo ha saputo giungere l’utile al piacevole: i lettori non siciliani scoprendo i suoi racconti imparano il dialetto siciliano.


Il nuovo linguaggio inventato da Camilleri è un siciliano ibrido, comprensibile anche ai “nordici” seppure con un minimo sforzo.

La scrittura di Camilleri ruota attorno a tre ingredienti fondamentali: l’ambiente, i personaggi e il linguaggio a cui c’interessiamo.

L’ambiente è quello siciliano e Vigata è la cittadina, in cui si sviluppano tutte le vicende, i personnaggi sono frutto della sua invenzione ironica ed è naturale che i suoi personaggi parlano il dialetto.


Infine , grazie alla sua «  genialità », Andrea Camilleri ha contribuito a far rinascere il dialetto siciliano o al meno a farlo riscoprire dai giovani grazie al suo personaggio il commissario Montalbano, le cui storie sono state sceneggiate e vengono trasmesse spesso in televisione.

  1. Conclusione


Andrea Camilleri, come già detto, non è l’unico autore che ha scritto in dialetto ma tanti altri autori l’hanno preceduto o anche susseguito come Vincenzo Consolo, Stefano D'Arrigo ed altri .Ciascuno al suo modo ha usato il dialetto per trasmettere il suo messaggio letterario.

La Sicilia acquista un carattere: solonne per il duca di Lampedusa, astratto per Pirandello e critico per Sciascia .Ma i romanzi di Camilleri hanno una forma letteraria che trasmette un ambiente, un carattere, la vita di un popolo.

Un esempio di autore il cui stile è paragonabile a Camilleri, è Carlo Emilio Gadda.

In Camilleri, come in Gadda, c’è un mescolarsi di stili e di registri, e c’è il dialetto che reclama la sua autonomia .Ma con una differenza sostanziale: Camilleri è un Gadda addomesticato, il suo siculo è siculo soltanto in apparenza, infatti, come è stato detto prima, pur introducendo qualche termine dialettale la sostanza della lingua rimane quella dell’italiano standard.

Ma questo ritorno alla lingua dei padri, se non addirittura dei nonni e degli avi, non si spiega solo con un caso editoriale, che prima di Camilleri aveva avuto altri interpreti autorevoli.

Rilevante e' stato in questi anni soprattutto il contributo della ricerca scientifica, un lavoro promosso da oltre mezzo secolo dal Centro di studi filologici e linguistici siciliani, conclusosi con la pubblicazione del quinto e ultimo volume del vocabolario siciliano. Il progetto prevede una tappa successiva, un' edizione minore del dizionario.

Vede cosi' la luce un'opera unica nel suo genere che, sottolinea Giovanni Ruffino, preside della facoltà di Lettere dell' Università di Palermo, è stata realizzata con l'apporto di studiosi e ricercatori dei tre atenei siciliani.

Il vocabolario raccoglie trentamila lemmi il cui significato e' stato ricostruito con il contributo di una rete di informatori locali.

Il vocabolario e' cosi' diventato anche un fondamentale strumento che ricostruisce la storia e il patrimonio linguistico della Sicilia, considerata dagli studiosi la ''culla della piu' antica tradizione lessicografica''.

Il dialetto siciliano ha una relazione stretta con la stratificazione di tante civilta': dai bizantini in poi gli apporti linguistici si sono aggiunti ai precedenti, li hanno integrati e in qualche misura rimpiazzati.

Il ritorno a questa lunga tradizione puo' apparire sorprendente in un' epoca in cui la lingua italiana ha esteso, con il ruolo determinante della televisione, la sua influenza a volte omologante. Ma il linguista Giovanni Ruffino ritiene che questa ripresa del dialetto sia facilmente spiegabile: ''Ormai si ritiene che la lingua sia definitivamente salva e percio' c'e' maggiore disponibilita' a esplorare le radici della propria storia e tradizione linguistica. Non e' poi da sottovalutare la parte svolta dalla scuola e dall'universita' e l'influenza della letteratura di nuova generazione''.

VI. Bibliografia

Libri


G.Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, ed:Einaudi, 1970


A.Varvaro,Lingua e Storia in Sicilia,ed:Sellerio di Giorgianni, 2000


G.Piccitto, Per un moderno vocabolario Siciliano, Università di Catania Biblioteca della facoltà di Lettere e Filosofia,1950


A.Holm, Storia della Sicilia nell’antichità,ed:Garzanti, 1901


L.Criscione, Conferenza sul tema”Origini e valore multiculturale del dialetto siciliano, una lingua unica al mondo”, Basilea 09/02/2000


Articoli


Terra e Liberazione:


La nostra lingua tagliata....libirtà ri sprixioni”, Autunno2001

La lingua siciliana e il ritratto del Duce”, marzo 2001


Ethnologue XIV Edizione, Languages of the worlds, 2003


F.Renda, “Insegnare a scuola il siciliano: la proposta” La Repubblica10/12/2000


Siti Internet:


www.spaziowind.libero.it/salviamoilsiciliano.htm


www.simonel.com/lente/sicilia.htm


www.salviamolasicilia.cjb.net


www.dieli.net/sicilypage/sicilienlanguage.html


www.linguasiciliana.org


www.andreacamilleri.net


www.fondazionemarianostrano.it


www.italiadonna.it/dialettosiciliano.html


www.sicilia.net



 
     
Edizione RodAlia - 04/01/2015
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