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Ambito di Ricerca:Tracce di storia locale
   
MAROCCO:
E' DAVVERO TRANSIZIONE DEMOCRATICA ?
 
NUOVA BOZZA_21 MARZO

IL MAROCCO

tra autoritarismo democratico di Regime

e transizione di rinnovamento socio-politico.

immagine allegata

i tre re: Mohammed V; Hassan II; Mohammed VI;

Nella storia del Marocco contemporaneo, l'autoritarismo di regime si può considerare una costante, antica e moderna, ma con sfumature diverse, in rapporto alla personalità dei Regnanti e alla collocazione temporale della loro azione politica di guida della nazione.

In linea con le contaminazioni internazionali del pensiero politico, aperto a principi sempre più rispettosi della dignità umana, attraverso la conquista dei diritti fondamentali della persona e della cooperazione socio-politica, si è registrato, nel tempo, un andamento irregolare dell'uso dell'autoritarismo monarchico, talvolta eccessivo (ai tempi dei re Mohammed V (1927-1953; 1957- 1961) e del successore Hassan II (1961-1999), talvolta più moderato, ai tempi attuali di Mohammed VI (1999- ...)

L'autoritarismo contiene in sè l'accezione della negatività, se considerato in senso assoluto. E certamente, per chi ne è soggetto, tale appare.
Tutt'altro aspetto esso, però, assume nell'ambito dell'azione che svolge il leader di un regime, responsabile della salvezza nazionale o di una visione strategica di sviluppo e di affermazione della società. In tempi lontani, si definiva "ragion di Stato".


Riferimenti storici negativi

Hassan II :

Hassan instaurò in breve tempo un regime severo, colpendo con violenza il movimento nazionalista e ogni tipo di opposizione alla monarchia. Il sistema repressivo, affidato ai servizi segreti, si indurì ulteriormente nel 1971-1972, quando Hassan II venne fatto segno da due tentativi di colpo di stato e da un un attentato. Nel 1973, sessanta persone ritenute responsabili dei due tentativi di colpo di stato vennero prelevate da una prigione della capitale e relegate in condizioni inumane nelle celle sotterranee di una caserma dell’Alto Atlante, la famigerata Tazmamart. Nonostante la dura repressione, Hassan II riuscì a conquistarsi un vasto consenso sfruttando la causa nazionalista del Sahara Occidentale, che trovava d’accordo tutte le forze politiche del paese.

Il periodo di rigido sistema dittatoriale, che va dagli anni '60 fino ai primi anni '90, è stato definito dalle forze di opposizione "anni di piombo". Durante questo periodo venne esercitata una ferrea repressione politica, e centinaia di dissidenti furono uccisi, arrestati, esiliati o fatti "". Dietro suo ordine, il 29 ottobre 1965 venne eseguito, a Parigi, in pieno giorno, il sequestro del leader democratico marocchino Mehdi Ben Barka del quale non fu poi più trovata traccia. Nel novembre 1975, la « Marcia Verde » organizzata verso i territori dell'antica colonia spagnola del Sahara Occidentale gli dette l'occasione di ricostruire l'unità intorno alla sua persona, nel tentativo di instaurare una specie di culto della personalità. Il suo ritratto venne affisso in ogni luogo pubblico di ogni città e villaggio, con la polizia pronta ad intervenire in caso di mancata affissione. Ma sarà solo verso la fine degli anni '80 che il suo regime comincerà lentamente a cedere. Le riforme costituzionali del e del attenueranno la fisionomia assolutista della monarchia. Nel febbraio 1998, infine, Ḥassan II nominerà un membro dell'opposizione, il socialista Abderrahman El Yousoufi, come , in nome dell'alternanza, ma si può dire che gli "anni di piombo" ebbero termine definitivamente solo con l'ascesa al trono del figlio , nel . [... da Wikepedia]

La situazione politica interna e la crisi economica agli inizi degli anni Ottanta provocò un forte malcontento che si espresse con una serie di manifestazioni e rivolte antigovernative, alle quali la monarchia rispose con la consueta violenza. Fatto segno dalle critiche internazionali, Hassan II tentò di riallacciare il dialogo con le opposizioni, che ne respinsero tuttavia le proposte, ritenendole insoddisfacenti.

Nella seconda metà degli anni Ottanta Hassan II si ritrovò in forti difficoltà; egli infatti aveva da una parte bisogno di ricostruirsi una migliore immagine internazionale, dall’altra di rafforzare la monarchia in vista di nuovo pericolo che si andava profilando con la comparsa dei movimenti fondamentalisti islamici. Il re alawita, come diretto discendente del profeta Maometto e “capo dei credenti”, godeva di un grande prestigio presso la comunità islamica marocchina; questo però non lo sottraeva alle critiche delle reti fondamentaliste islamiche da poco attive in Marocco.

Stretto tra più fronti, per accattivarsi la fedeltà dei religiosi nel 1988 Hassan II inaugurò un’enorme moschea a Casablanca, dotata di un minareto alto 172 metri (chiamato “faro dell’islam”); per migliorare il rapporto con le opposizioni e con la comunità internazionale nel 1991 concesse la grazia a 2.000 detenuti (tra cui diversi membri del Fronte Polisario) e fece liberare, dopo 18 anni, i 31 sopravvissuti della fortezza di Tazmamart, che venne rasa al suolo. Nel 1994 una nuova grazia venne concessa a uno dei principali membri dell’opposizione socialista marocchina, Mohamed Basri, che l’anno seguente poté rientrare in Marocco dopo un lungo esilio. Questa apertura, seppure ritenuta ancora insufficiente dalle opposizioni, valse al Marocco l’avvio di negoziati con l’Unione Europea e con la firma di importanti accordi commerciali nel 1995.


Mohammed VI:

LA DEPENALIZZAZIONE DEI DELITTI D' INFORMAZIONE”. PAROLE AL VENTO...

Mentre i venti della “Primavera Araba” inauguravano un’altra era, nei rapporti tra la stampa libera e il potere, le cose non hanno fatto che peggiorare. Giornalismo fa rima sempre con prigione, come nel caso del celebre editorialista arabofono Rachid Niny che ha trascorso un anno in prigione, da aprile 2011 ad aprile 2012, per una delle sue cronache. Era stato condannato per disinformazione!


Il 17 settembre scorso Ali Anouzla, fondatore del sito Lakome, è stato arrestato per aver pubblicato sul sito un link che rinviava a un video di Al Qaeda sul Maghreb islamico (Aqmi) con un appello al jihad contro il Marocco e il suo re. E’ stato accusato di “aiuto materiale, apologia e incitamento al terrorismo”. Ciò gli può costare fino a 20 anni di prigione. RSF, Amnesty International e, ancora, Osservatorio dei Diritti Umani non sono i soli a inquietarsi per la sorte dei giornalisti indipendenti o dissidenti del Regno. In merito ad Anouzla, il Dipartimento di Stato americano ha chiesto di trattare questo affare in modo “giusto e trasparente”. E aggiungendo: “La decisione del Governo marocchino d’incolpare Anouzla ci preoccupa. Noi sosteniamo le libertà di espressione e di informazione e, come affermiamo da sempre, i diritti universali costituiscono una parte indispensabile di tutta la società”.

Per molto tempo, l’arma del potere per mettere la museruola alla stampa aveva un nome: l’articolo 77 del Codice dell’informazione. Un articolo che permetteva al Primo Ministro di vietare una pubblicazione con una semplice decisione amministrativa. E’ così che Le Journal, Assahifa e Demain sono stati vietati nel dicembre 2000, per decisione del Primo Ministro dell’epoca, il socialista Abderrahmane El Youssoufi, per aver “attentato alla stabilità del Paese”.

Questi tre settimanali avevano semplicemente pubblicato una lettera, attribuita al vecchio avversario Mohamed Basri, che accusava la sinistra marocchina di essere coinvolta nel tentativo di colpo di stato del 1972 contro il re Hassan II, chiamando in causa direttamente il Primo Ministro El Youssoufi. A partire dal 2003, questa legge è stata abolita. E’ stata tuttavia sostituita con altri metodi di censura più pericolosi. I processi e il boicottaggio, da parte di grandi gruppi economici, degli organi di stampa più indipendenti hanno finito col provocare il fallimento di alcuni e di mettere in riga altri…

“I pretesti variano (Sahara, Islam, monarchia, stabilità, sicurezza, ecc.), ma l’obiettivo non cambia mai: far tacere, attraverso la dissuasione poliziesca e giuridica, le voci più credibili e più ascoltate che si autorizzano da sole senza sottomettersi ai diktat del consenso voluto nelle alte sfere”, scriveva il drammaturgo Driss Ksikes, all’indomani dell’arresto del giornalista Ali Anouzla. “Indagare sugli affari fiorenti dei cortigiani? Troppo rischioso. Far scoprire le voci alternative sul Sahara? Temerario. Mettere a nudo i discorsi degli islamisti radicali? Pericoloso.

Far parlare i parenti del sultano? Irrispettoso. Sondare il parere dei governati sul re che li governa? Sacrilegio”, spiega Ksikes, che è stato capo redattore di Tel Quel e pure direttore della pubblicazione del settimanale arabofono Nichane. Anche lui ha avuto a che fare con la giustizia per un dossier dedicato alla satira.

Processo a Ksikes Abdellatif Laabi, scrittore, poeta e saggista marocchino condivideva la stessa opinione quando dichiarava al sito JOL Press del 22 ottobre scorso che “da qualche anno si assiste a un vero accerchiamento dei media. Le voci dissonanti, per non parlare dell’opposizione frontale, non hanno più voce in capitolo nei media pubblici”.


Internet e citizen journalism

Oggi il dissenso è altrove. E’ su Internet. L’esempio più clamoroso dell’influenza grandissima di Internet è l’apporto di un sito, Lakome, così come di Facebook e Twitter in quello che è comunemente chiamato “l’affaire Daniel” (Danielgate). Tutto è iniziato con una grazia del Re, accordata per errore a fine luglio, a Daniel Galvan, un pedofilo spagnolo. L’uomo era stato condannato nel 2011 a 30 anni di prigione in Marocco, per aver commesso violenza sessuale su 11 bambini dai 3 a 15 anni. Il sito Lakone ha seguito il caso, cui gli hanno fatto eco messaggi su Facebook e Twitter. Risultato: migliaia di marocchini sono scesi in piazza a protestare contro questa grazia concessa dal Monarca. Manifestazioni represse molto duramente.

Mohammed VI ritorna sui suoi passi e procede, il 4 agosto, al ritiro della grazia precedentemente accordata a Daniel Galvan. Non era mai successo! All’indomani di questo fatto, il direttore dell’amministrazione penitenziaria, ritenuto responsabile di questo caso, viene licenziato. Il 6 agosto il Re riceve le famiglie delle vittime del pedofilo in segno di solidarietà.

Senza il lavoro del sito Lakome e dei social network, questo caso non sarebbe mai emerso.

Una prova in più che Internet ha sostituito la stampa classica per veicolare le informazioni indipendenti, persino imbarazzanti, per il potere in carica. Sempre più i cittadini praticano il citizen journalism mettendo sul web, su Facebook, Twitter o Youtube, delle foto o dei video compromettenti per gli eletti locali, poliziotti, gendarmi… La resistenza continua!

Quanto alla stampa on line, è ancora in attesa di un inquadramento giuridico ipotetico per promuovere questo settore. Il ministero della Comunicazione sta per elaborare un progetto di legge in merito. Proporrà una regolazione come quella dei Paesi occidentali? O si tratterrà di una legge che darà il colpo fatale all’ultimo bastione della stampa indipendente del Paese? Sarà il futuro a dirlo…


Il rapporto dei marocchini con i media

I marocchini che rapporto hanno con i media? Rispetto alla televisione, i dati dell’audience confermano la popolarità dei canali transnazionali arabi, come Al Jazeera o Al Arabiya, soprattutto dopo la Primavera Araba. L’élite francofona segue le televisioni francesi. Le televisioni nazionali marocchine sono apprezzate per le telenovela, soprattutto turche, come pure per le partite di calcio dei club marocchini e gli incontri per la selezione della nazionale.

Quanto alla radio, è il canale Mohammed VI a dominare su tutte le emittenti pubbliche e private: è interamente dedicato al Corano e all’Islam.

Da uno studio realizzato all’inizio del 2011 nell’ambito del “Dialogo nazionale-media-società”, è emerso che “i media marocchini soddisfano solo parzialmente i bisogni dei giovani”. Lo studio, effettuato su un campione di centinaia di giovani tra i 15 e i 29 anni, rivela che tre quarti di quelli interrogati non acquistano né riviste né quotidiani marocchini. Lo studio evidenzia che è Internet il mezzo più usato come fonte d’informazione, poiché, tra i media, è “quello che ispira più fiducia”. Internet e anche citizen journalism. I dati attestano la popolarità dei media sociali.

Facebook, per esempio, contava nel 2012 circa 4,7 milioni di contatti marocchini, di cui il 43 per cento nella fascia 18-24 anni.

E’ dal social network che prendono il via i principali movimenti di protesta prima di materializzarsi nella realtà. A cominciare dal movimento “20 febbraio” che si è formato sui social network o ancora “Freekiss”, un’operazione iniziata da gruppi di internauti su Facebook, per protestare contro l’arresto di due adolescenti, un ragazzo e una ragazza, entrambi di 15 anni, citati per “attentato al pudore”, a Nador, nel nord del Paese, accusati per aver messo su web una foto che li mostrava mentre si abbracciavano. Un appello di adesione alla manifestazione organizzata in loro favore è stato lanciato su Facebook e seguito da un’iniziativa di “Freekiss” (bacio libero), organizzato a Rabat in segno di solidarietà.

testo di Hicham Houdaïfa – Rabat

Traduzione di Stefanella Campana

dicembre 2013


MAROCCO E SACRALITA' REALE IN UNA CARICATURA "IRRIVERENTE"


Mentre la "primavera araba" continua ad infiammare l'area mediorientale, dalla Siria al Bahrein passando per l'Egitto, nel regno alawita - ad un anno dall'inizio della contestazione - condividere su facebook una caricatura irriverente del sovrano Mohammed VI è ancora considerato un crimine di lesa maestà. E' quanto ci insegna la vicenda di Walid Bahomane, diciottenne originario della città di Salé, condannato ad un anno di carcere e mille euro di multa per "attacco ai valori sacri della nazione".

La riforma della Costituzione approvata nel luglio del 2011 sull'onda delle manifestazioni pro-democratiche promosse nel paese dal movimento 20 febbraio ha eliminato dal testo il vecchio articolo 23 che sanciva la sacralità della figura del monarca.

Un retaggio del sistema di legittimazione arcaica e tradizionale - come il baciamano e il giuramento di fedeltà rituale imposto alle alte cariche - di cui la dinastia alawita si è servita nei decenni post-indipendenza per consolidare il suo potere sul nuovo Stato in costruzione.

Tuttavia, la promessa di una nuova gouvernance "moderna e democratica" che ha accompagnato la modifica della carta fondamentale (la sesta dal 1962) - rifiutata dai dissidenti e dalle organizzazioni a sostegno del movimento - sembra essere rimasta lettera morta.

Dopo il caso L'haqed e la repressione di Taza, nuovi episodi confermano l'atteggiamento "intimidatorio" assunto negli ultimi mesi dalle autorità per frenare lo slancio di una generazione che sta cercando di liberarsi dal giogo della paura e della sottomissione.

E a tornare di attualità è proprio il dibattito sulla "ex" sacralità del sovrano, un attributo scomparso dalla costituzione ma ancora presente, seppur con diversa formulazione, nel codice penale (e della stampa).

Giovedì 16 febbraio, dopo un processo sbrigativo e di dubbia regolarità, il giovane Walid Bahomane è stato giudicato colpevole di "attacco ai valori sacri della nazione" - ossia al monarca - per aver condiviso su facebook alcune immagini satiriche di Mohammed VI, tra cui una caricatura pubblicata dal sito di Le monde (in foto).

Un anno di carcere e 10 mila dirham (circa mille euro) di multa è il prezzo con cui pagherà la sua irriverenza.

Pochi giorni prima il ventiquattrenne Abdsesamad Haydour è stato condannato a tre anni di reclusione dal tribunale di Taza per aver proferito "propositi diffamatori all'indirizzo di un simbolo dello Stato".

Abdessamad era stato filmato nel corso di una manifestazione mentre pronunciava una dura invettiva nei confronti del sovrano. All'arresto immediato era seguita un'udienza speditiva in cui l'imputato non ha nemmeno avuto il diritto all'assistenza di un avvocato d'ufficio, come riportato da un comunicato di denuncia dell'AMDH (Associazione marocchina per i diritti umani).

Alcuni militanti del "20 febbraio" hanno subito avviato una campagna di protesta e di sensibilizzazione sotto lo slogan "Mohammed VI, ma liberté est plus sacrée que toi".

L'accanimento del regime contro i "profanatori" della monarchia non è una novità nel paese, e forse è questa la constatazione più grave per gli attivisti marocchini.

Dopo i casi L'haqed, Bahomane e Haydour, nulla infatti sembra essere cambiato da quando il giovane ingegnere Fouad Mourtada è stato condannato (2008) a tre anni di prigione per aver "piratato" l'identità del principe Moulay Rachid su facebook, o quando il caricaturista Khalid Gueddar è stato bandito dalla stampa nazionale (2009) per aver disegnato alcune vignette "derisorie" del monarca (Le courrier international, Bakchich.info) e del principe Moulay Ismail (Akhbar al-Youm)..

Costituzione o meno, dunque, la "primavera marocchina" non sembra ancora riuscita ad intaccare la sacralità della famiglia reale, né tantomeno il suo potere in campo politico ed economico.

Di certo però le voci critiche che mettono apertamente in discussione Mohammed VI, "rappresentante supremo della nazione" e "re dei poveri" con il più alto stipendio annuo tra le monarchie del pianeta (254 milioni di euro versati dalle casse statali) e un patrimonio personale che supera quello dell'emiro del Qatar, si moltiplicano con il passare del tempo.

Per il movimento 20 febbraio - che proprio in questi giorni si appresta a celebrare il suo primo anniversario - la battaglia per il cambiamento è ancora solo agli inizi.

di Jacopo Granci da Rabat

http://osservatorioiraq.it



Riferimenti storici positivi


Le attenzioni degli stessi Regnanti all'avvìo di processi di liberalizzazione, che gradualmente hanno portato il Marocco a conquiste democratiche, da prendere con le dovute riserve di efficientismo rappresentativo, in parte deliberatamente voluto ed attuato con strategie di raffinatezza intelligenza politica. Una strategia che sempre si è mossa in anticipo rispetto all'insorgere e all'incalzare degli eventi, prevenedo così contrapposizioni pericolose con le controparti in causa, fossero esse politiche, sociali o religiose.

E' il caso degli effetti delle primavere arabe, di recente affermazione, così prorompenti e radicali per gli Stati maghrebini viciniori, che hanno raggiunto solo lievemente il Marocco, non trovandovi terreno fertile, dato che lì molto tempo prima (...) ci sono state le proprie, svoltesi in maniera concertata tra le forze sociali e politiche, sotto la guida e la vigile attenzione dell'autorità monarchica:

Hassan II:

Le elezioni legislative del novembre 1997 cambiarono radicalmente il panorama politico marocchino. All’arretramento dell’Istiqlal corrispose infatti il successo della principale forza di opposizione, l'Unione socialista delle forze popolari (USFP). Il risultato elettorale aprì una fase inedita nel paese maghrebino; nel gennaio del 1998, per la prima volta dopo 40 anni, la guida di un governo di coalizione (comprendente tutti i maggiori partiti compreso l’Istiqlal) fu affidata infatti a un membro delle opposizioni: il leader socialista Abderrahmane Youssoufi, compagno di lotta di Ben Barka e reduce da un esilio durato quindici anni. Nello stesso anno il Marocco riavviò le relazioni con l’Algeria.


Mohammed VI:

Il Re, cinquantenne, succeduto al padre defunto nel 1999, amato dai marocchini sta gestendo bene il suo potere: in questi anni è stata cambiata la Costituzione nel senso di una progressiva cessione di competenze dalla monarchia al Parlamento agli enti locali. Un cammino certo lento, inevitabilmente lento, ma che sta dando frutti. Il simbolo più evidente è la nomina regia della prima donna governatrice di regione. Zineb El Adaoui, già magistrato, ora governa la Regione di Kenitra dove gestirà per esempio la sicurezza, rappresenta un esponente di quella che chiameremmo “società civile”, segno di un miglioramento generale dell’educazione e dell’istruzione pubblica.

Un’altra notizia che è rimbalzata sui media europei, poco su quelli italiani, è il varo di un provvedimento legislativo volto a “sanare” i casi di immigrazione clandestina in Marocco. Il Paese infatti attira molti migranti provenienti dall’Africa subsahariana: alcuni giunti per motivi di studio cercano di rimanere per migliorare la propria condizione economica; altri, con l’intenzione di transitare per il Marocco per poi giungere in Europa, si fermano per vari motivi. Fin qui tutto normale. Quando però i clandestini sono europei, in particolare spagnoli, i conti sembrano non ritornare più. Invece la crisi economica e il sorgere di nuove opportunità nella sponda sud del Mediterraneo hanno finito per creare un flusso inverso a quello che si immagina essere prodromo alla presunta invasione di immigrati. Quindi il Re ha voluto intervenire con una specie di sanatoria.

I numeri parlano di circa 15-20 mila spagnoli irregolari in Marocco: una cifra non tanto alta, ma che qui in Italia genererebbe subito allarme. Ma più che una questione di ordine pubblico ciò dimostra il dinamismo dell’economia marocchina, certo ancora arretrata, ma comunque ricca di stimoli.

L’innovazione parte per lo più dal centro, su forte iniziativa della monarchia. Come si sa il Marocco – a differenza dei Paesi limitrofi – grandi risorse minerarie o di idrocarburi: per questo si punta alle energie alternative. Ovviamente il sole non manca e quindi l’energia solare rappresenta la prima fonte da utilizzare. Così, entro quest’anno, dovrebbe concretizzarsi un grande progetto che prevede la realizzazione della centrale solare di Ouarzazate (una città a ridosso del deserto), che occuperà una estensione di 460 ettari, garantirà al Marocco una capacità di 160 MegaWatt, che dovrebbe coprire il 40% del fabbisogno energetico del Paese.


LA TANGENZIALE MEDITERRANEA DEL MAROCCO

Inaugurato dal re Mohammed VI l'ultimo tratto della tangenziale mediterranea (Jebha-Tétouna) , uno dei grandi progetti infrastrutturali che collegherà il nord all' est del Marocco e ridurrà di circa 3 ore di durata il percorso tra Saidia e Tangeri. Secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Aziz Rebbah, il Marocco ha vinto la scommessa di costruire la tangenziale che si estende per 507 km, ''approvata a maggioranza delle aziende marocchine''. Questa esperienza acquisita può essere sfruttata nel futuro per la realizzazione di progetti simili a livello nazionale, regionale o continentale. Mr. Rebbah aggiunto che questo anello è solo il preludio di avviare quanto prima altri progetti strutturali costituiti da diverse centinaia di chilometri di strade rurali da collegare alla tangenziale. Inoltre, i 120 chilometri di spiagge isolate sono suscettibili di essere trasformate in spiagge attraenti, così come per i turisti stranieri marocchini. A questo proposito, il ministro ha detto che un'offerta sarà lanciata presto per la creazione di porti turistici nella regione, oltre al lancio di diversi progetti sportivi, soprattutto nello sport acquatico, mountain bike e automobilistico. Con questo anello è stato possibile raggiungere parti remote della regione settentrionale, ha detto il ministro, sottolineando che la regione è dotata di strade provinciali e regionali e con le principali autostrade, come il bypass Mediterraneo, la rende uno spazio capace di attrarre grandi progetti di investimento. Questo anello, che è costato 7,2 miliardi dollari di dirham, collega le province di Tangeri, Tetouan, Chefchaoun, Al Hoceima, Nador e Berkane.


ENERGIA SOLARE IN MAROCCO

Il Paese punta alla costruzione di 5 parchi solari entro il 2020.

Il Marocco investirà nove miliardi di dollari per la costruzione di cinque parchi solari sul proprio territorio. Ad annunciarlo è stato Mohammed Zniber, vice ministro dell’Energia, che parlando all’agenzia France-Presse si è detto fiducioso circa la possibilità di reperire i finanziamenti. «Il nostro obiettivo - ha spiegato a margine di una conferenza sull’energia fotovoltaica a Marrakech- è di concludere l’operazione entro il 2020, facendo in modo che il 42% della nostra produzione energetica sia alimentata da fonti rinnovabili. Di queste, il peso del solare sarà pari al 14%».
Già alla fine della scorsa primavera, il Marocco ha lanciato i lavori per la costruzione del primo parco, nella zona di Ouarzazate, nel Sud del Paese. Sarà terminato nel 2015, e con i suoi 500 megawatt costituirà la più grande installazione termo-solare del mondo. Uno sforzo giudicato da Paolo Frankl,responsabile della divisione “energie rinnovabili” in seno all’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), «un esempio da seguire»
(da valori.it - 12 settembre 2012)


IL MOVIMENTO AMAZIGH

In Marocco il movimento amazigh ha conosciuto in questi ultimi anni un processo di ringiovanimento e di espansione della sua base sociale. La sua presenza ha oltrepassato i campus universitari (Meknès, Agadir, Marrakech, Errachidia) e i circoli della borghesia berbera urbana, insediatasi nelle grandi città del regno durante le prime migrazioni interne nel primo decennio del dopo indipendenza, fino ad arrivare alle regioni povere del “Marocco profondo”. Il movimento si caratterizza per il vasto numero di associazioni (nazionali, regionali e locali) che lo compongono, per il suo radicamento nell’insieme del territorio nazionale e per la sua presenza, consolidata negli ultimi dieci anni, nel dibattito politico ufficiale (grazie alla visibilità assunta dagli intellettuali e dagli accademici che ne fanno parte) su questioni ben definite (la laicità dello stato, l’autonomia regionale, la revisione della costituzione, i diritti dell’uomo e l’identità nazionale).

La “question amazigh” appare nel dibattito politico ufficiale marocchino, solo nella prima metà degli anni novanta. Il defunto re Hassan II propone per la prima volta il 20 agosto 1994 l’insegnamento nelle scuole elementari dei tre “dialetti marocchini”, intendendo con questa espressione le tre varianti regionali della lingua amazigh (tarifit, tamazigh e tachelhit), e lasciando in ogni caso all’arabo il posto di “lingua madre del paese”. Prima di questa data, il riconoscimento di una cultura e di una lingua berbera all’interno del regno alawita era un argomento tabù. Lo Stato marocchino indipendente ha costruito la propria identità nazionale sull’omologazione culturale e sulla supposta uniformità arabo-musulmana del suo popolo. Raggiunta l’indipendenza (1956) la leadership politica (monarchia e quadri dirigenti del movimento nazionalista), temendo che l’eterogeneità etnica e linguistica potesse dividere e destabilizzare i nascenti apparati di potere, ne assicurò la completa emarginazione, uniformando il panorama linguistico e culturale (identitario) nazionale.

Tuttavia, è sempre esistito un diffuso attivismo berbero sia nelle grandi città del regno (in particolar modo Casablanca e Rabat) sia nelle regioni montuose dell’interno (Rif, Medio Atlante e Suss) quasi integralmente berberofone. Il primo sintomo di tale attivismo risale al 1967, con la creazione dell’Association marocaine des recherches et d’échanges culturels (AMREC). Come afferma la ricercatrice Laura Feliu, “la creazione di una associazione che riconoscesse in maniera esplicita la sua adesione alla berberità era al tempo impensabile, per cui i termini «amazigh» o «berbero» non furono inseriti nella sua denominazione”. L’AMREC, di stanza a Rabat ma estesa con sezioni locali a gran parte del territorio nazionale, è un’organizzazione tuttora esistente composta essenzialmente da insegnanti e studenti berberi interessati al recupero della tradizione letteraria orale amazigh. L’attività dell’associazione, di stampo pressoché accademico, si è concentrata principalmente sulla “riscrittura della storia nazionale” e sugli studi linguistici.

Con il passare degli anni e la nascita di organizzazioni berbere via via più radicali, molti militanti hanno abbandonato l’AMREC, che ha assunto una connotazione sempre più moderata e conciliante rispetto alle posizioni del regime. Tra i fuoriusciti più noti vi è il letterato Ali Sidqi Azaykou che, lasciata l’AMREC nel 1975, ha contribuito alla fondazione dell’Association culturelle amazighe (ACA). Tra i membri dell’associazione figuravano personalità strettamente legate alla monarchia (come Mohamed Chafik, direttore del Collège Royal ed insegnante dell’attuale sovrano Mohammed VI), fatto questo che assicurava all’ACA, almeno all’inizio, notevoli mezzi di sostentamento, pur in assenza del riconoscimento ufficiale delle autorità, e la possibilità di includere il termine «amazigh» nella sua denominazione senza incorrere in azioni repressive. In realtà, dopo appena due anni di vita, l’associazione fu costretta alla chiusura. A determinarne l’epilogo, un articolo pubblicato da Azaykou sulla rivista Amazigh, organo della stessa ACA. Il poeta, che aveva proposto una rilettura della storia nazionale in chiave berbera, fu incarcerato per un anno ed il giornale messo al bando.

Durante gli anni settanta e ottanta le associazioni berbere, a carattere locale (specie nella regione del Rif e nel sud-est del paese) e strettamente culturale, sono pian piano aumentate. La seconda organizzazione amazigh ad installarsi su scala nazionale è l’Association nouvelle pour la culture et les arts populaires (ANCAP), nata a Rabat nel 1987. Tra i fondatori dell’ANCAP, oggi conosciuta con l’acronimo amazigh Tamaynout (denominazione utilizzata ufficialmente solo dal 1995), ci sono ex-membri dell’AMREC e militanti dell’opposizione marxista, provenienti nella maggior parte dei casi dalla regione del Suss. L’organizzazione, oltre alla promozione della cultura amazigh sul territorio nazionale, si è concentrata sulle evoluzioni della giurisprudenza internazionale, seguite alla Dichiarazione ONU sui diritti delle minoranze etnico, religiose, linguistiche (1992). Il presidente dell’associazione, l’avvocato Hassan Id Belkassim, si è visto riconoscere lo status di osservatore dalla Commissione ONU per i diritti umani con sede a Ginevra.

Con l’inizio degli anni novanta e la fine degli “anni di piombo”, segnali di apertura da parte dello Stato sembrano garantire una maggiore libertà politica ed un sensibile progresso nel rispetto dei diritti umani. In questo momento il movimento amazigh decide di promuovere apertamente le proprie rivendicazioni. Le principali associazioni emergono dalla condizione di marginalità e semi-clandestinità impostagli dal regime nei due decenni precedenti. Si coordinano e producono il primo manifesto unitario e programmatico del movimento, la Charte de la langue et de la culture amazighe, conosciuta come Carta di Agadir. E’ la prima volta che, in un documento ufficiale, compare il termine “amazigh”. La Carta viene presentata all’Université d’Eté de Agadir , nell’agosto del 1991, ed è sottoscritta da sei associazioni (AMREC, Tamaynout, Association Université d’Eté de Agadir, Association culturelle Gheris - attuale Tilleli, Association Ilm Ass, Association culturelle du Souss). Le rivendicazioni avanzate per la prima volta pubblicamente dal movimento berbero si possono sintetizzare in cinque punti: riconoscimento costituzionale della lingua amazigh; creazione di un istituto nazionale amazigh per lo studio e la ricerca storica, culturale e linguistica; introduzione della lingua amazigh nel sistema di istruzione nazionale; inclusione della lingua e della cultura berbera tra le linee guida della ricerca promosse dalle università e dagli istituti nazionali; utilizzo della lingua amazigh nei mass-media.

Il movimento acquisisce forza in questi anni e aumentano le dimostrazioni pubbliche. Nel 1994 un gruppo di studenti berberi manifesta all’interno dell’Università di Fès, innescando la reazione violenta dei colleghi aderenti ad organizzazioni islamiche. Nello stesso anno, durante le manifestazioni del 1° maggio a Goulmima (città situata alle falde orientali del Medio Atlante), sette attivisti dell’associazione amazigh Tilleli vengono arrestati per aver sfilato in strada con striscioni e manifesti scritti in tifnagh (alfabeto berbero). Il gruppo, accusato di aver attentato alla sicurezza dello Stato e alla costituzione, è condannato a cinque anni di carcere.

Pochi mesi dopo, mentre la mobilitazione all’interno del movimento si intensifica, Hassan II riconosce per la prima volta pubblicamente l’esistenza di una “questione berbera” in Marocco, con il già ricordato discorso del 20 agosto 1994, pronunciato in occasione della Festa della rivoluzione del re e del popolo. Ma alle promesse del sovrano, che sembravano raccogliere almeno parte delle rivendicazioni sancite dalla Carta di Agadir (l’insegnamento della lingua berbera, a cui Hassan II attribuisce, non a caso, lo statuto di “dialetti marocchini”), non fa seguito nessun riconoscimento concreto.

La fine degli anni novanta segna in realtà un periodo di stallo per la compagine berbera, sia per l’assenza di risposte da parte del governo sia per le divisioni interne. Viene meno lo spirito unitario che aveva fatto uscire allo scoperto il movimento. Le associazioni amazigh si moltiplicano, come del resto le fratture e le divergenze tra queste. Le due organizzazioni di riferimento, l’AMREC e Tamaynout, ormai perseguono obiettivi distinti: la prima, più moderata, vuole il dialogo con il regime e per questo tenta di prendere le distanze dal movimento; la seconda, più attenta alle rivendicazioni provenienti dalla base e alle condizioni socio-economiche delle popolazioni berbere che vivono nelle regioni interne (in gran parte povere e sottosviluppate), sceglie un terreno di scontro prettamente politico (non più esclusivamente culturale) con le autorità, forte anche del sostegno delle associazioni radicali fiorite nel Rif.

Allo stesso tempo, però, la successione al trono suscita nuove speranze di cambiamento nella gestione monarchica della “questione amazigh”. La morte di Hassan II nel 1999 e l’arrivo al trono di Mohammed VI sembra aprire le porte ad una accelerazione della politica berbera del regime. Il nuovo re annuncia che la berberità del Marocco sarà una delle cinque priorità (oltre alla revisione dello statuto della donna, la riforma costituzionale, la riparazione per le vittime degli “anni di piombo” e la chiusura del “dossier Sahara”) su cui concentrerà la sua azione di governo. La congiuntura politica è favorevole e il movimento capisce che è necessario superare le divisioni interne (e i contrasti tra le associazioni) per ridare forza al dibattito, ormai aperto e a carattere nazionale, sul riconoscimento della berberità e per meglio sostenere le proprie rivendicazioni di fronte alle istituzioni.

La prova del ritrovato dinamismo del movimento è la redazione del Manifeste amazigh, una nuova piattaforma programmatica e unitaria che accoglie, oltre alle note rivendicazioni linguistiche e culturali, istanze prettamente sociali e politiche maturate all’interno del variegato movimento berbero nel corso dell’ultimo decennio. Il Manifesto è redatto nel marzo del 2000 da una delle massime personalità del panorama intellettuale amazigh, Mohamed Chafik, ed è sottoscritto da 229 militanti, provenienti non soltanto dal contesto associativo. Secondo Ahmed Assid, intellettuale e filosofo berbero (firmatario del Manifesto) a lungo membro dell’AMREC, “in questa fase le associazioni, che avevano determinato la crisi del movimento alla fine degli anni novanta, passano in secondo piano e lasciano il posto ai singoli attivisti, ad individui svincolati dalle appartenenze politiche e associative e dal perseguimento di interessi particolaristici”.

Il Manifesto segna ufficialmente il passaggio del movimento berbero marocchino da una rivendicazione strettamente linguistica e culturale ad una più ampia rivendicazione politica e sociale. Il suo contenuto, che richiama nel preambolo la necessità di una revisione del concetto di identità nazionale, può essere riassunto in nove punti: la “questione amazigh” deve essere posta al centro di un dibattito politico nazionale aperto, rivolto a tutte le componenti politiche e sociali del paese; la lingua amazigh deve essere inclusa nella costituzione e riconosciuta come lingua ufficiale; le regioni berbere devono poter beneficiare di importanti programmi di sviluppo socio-economico; l’insegnamento obbligatorio della lingua amazigh e la creazione di un istituto nazionale per la standardizzazione della lingua stessa; la revisione dei programmi e dei manuali scolastici, con il conseguente riconoscimento del ruolo rivestito dai berberi nella costruzione di un’identità veramente nazionale; l’adozione della lingua amazigh nei media e nell’amministrazione; la possibilità di assegnare nomi berberi ai nuovi nati e ai luoghi simbolo della memoria collettiva berbera; che siano stanziati fondi per il sostegno all’arte e al patrimonio tradizionale berbero; il riconoscimento della pubblica utilità delle associazioni amazigh, affinché queste possano beneficiare del finanziamento pubblico previsto dalla legge.

Dopo la pubblicazione del Manifesto, in attesa di una risposta da parte del sovrano e delle istituzioni politiche, il movimento, forte di una ritrovata unità ed energia, lancia una campagna di promozione del documento, durante la quale il Manifesto raggiunge un milione di firmatari. A Bouznika (Rabat) si riunisce nel luglio 2000 il Comité National du Manifeste amazigh , incaricato di diffondere il testo in tutto il territorio nazionale. Nei giorni del congresso viene proposta per la prima volta l’idea della creazione di un partito politico amazigh. Tuttavia, la seconda riunione del Comitato, prevista a Bouznika nel luglio 2001, non è autorizzata dalle autorità, “spaventate dalla minaccia etnicista e separatista che l’evento avrebbe assunto” .

Mohammed VI, che fino a quel momento non aveva fornito alcuna risposta ufficiale all’invio del Manifesto, considera l’aumento della partecipazione all’interno del movimento amazigh come una minaccia sempre più concreta alla stabilità del regno. Bisogna ricordare inoltre che nel 2000 l’Algeria è sconvolta da una rivolta in Cabilia, passata alla storia come “primavera nera” per l’efferatezza con cui è stata repressa. Come afferma Laura Feliu, “per Mohammed VI era arrivato il momento di prendere la situazione in mano; serviva l’attuazione di una vera e concreta politica berbera, per evitare la radicalizzazione del movimento e la possibile ripetizione dello scenario algerino, oltre che per arginare la deriva politica dei militanti amazigh marocchini” .

La risposta del re arriva con il discorso del trono pronunciato il 20 luglio 2001, una svolta che segna di fatto l’appropriazione e l’istituzionalizzazione della “questione amazigh” da parte del regime. Mohammed VI offre per la prima volta una visione positiva dell’apporto berbero alla cultura nazionale e parla di identità nazionale plurale. Nel suo discorso il sovrano annuncia anche la creazione dell’IRCAM (Institut royal pour la culture amazigh au Maroc), poi confermata dal dahir (decreto reale) del 17 ottobre 2001, presentato in occasione del discorso di Ajdir. Il re conferma la volontà di “consolidare i pilastri sui quali riposa la nostra identità ancestrale e dare un nuovo impulso alla nostra cultura amazigh (…) per darle i mezzi e la forza necessaria a conservarsi e svilupparsi”. L’IRCAM si vede assegnato “il compito di assicurare, accanto ai dipartimenti ministeriali competenti, la preparazione e l’accompagnamento del processo di integrazione dell’amazigh nel sistema di insegnamento nazionale”.

L’insegnamento della lingua berbera, cominciato nel 2004 nelle scuole elementari, apre certamente nuove prospettive per la diffusione e il riconoscimento della cultura amazigh all’interno del paese. Ma tale riconoscimento presuppone, come ha spiegato il sovrano nel suo discorso in occasione della nomina del consiglio di amministrazione dell’IRCAM (27 giugno 2002), che “la berberità non debba essere messa al servizio di interessi politici”. In altre parole, attraverso la creazione dell’IRCAM Mohammed VI ha dato una risposta prettamente culturale alle rivendicazioni presentate dal movimento amazigh, rivendicazioni divenute sempre più politiche e sociali. Se la monarchia considera a questo punto concluso il suo compito per la risoluzione della “questione berbera”, parte degli attivisti, degli intellettuali e delle associazioni berbere non sembrano essere dello stesso avviso. Per la maggioranza dei militanti, l’IRCAM è un’istituzione monarchica creata al solo fine di strumentalizzare e neutralizzare le azioni del movimento berbero marocchino. Secondo lo storico Pierre Vermeren, “la fonte principale dello scontento resta la povertà e la marginalizzazione economica delle regioni in cui vivono le popolazioni berbere, ancora sprovviste di scuole, infrastrutture, ospedali e centri industriali di rilievo”.

Altra questione rimasta in sospeso dal 2001 è la creazione di un partito amazigh. Dopo il rifiuto di numerose domande di autorizzazione, un Partito democratico amazigh marocchino (PDAM) è stato creato dall’avvocato Ahmed D’ghirni alla vigilia delle elezioni legislative del settembre 2007. Tuttavia il ministro dell’Interno ha impedito la sua partecipazione alla competizione elettorale, denunciando il partito di fronte al tribunale amministrativo di Rabat e ottenendo la sua dissoluzione per “etnicismo” nell’aprile 2008.

Sebbene il “fronte berbero” sia uscito frammentato dalla creazione dell’IRCAM e dalla nomina dei suoi effettivi (altra conseguenza prevista dalla strategia del monarca), gli eventi e l’attivismo mostrato negli ultimi dieci anni (le manifestazioni in seguito agli attentati di Casablanca nel 2003, le rivolte nei villaggi del Rif e del Medio Atlante scoppiate tra il 2007 e il 2010) costituiscono una testimonianza concreta della nuova dimensione politica assunta dal movimento amazigh.

Intervista ad Ahmed Assid realizzata da Jacopo Granci, Rabat 26/07/2010.

"CORREGGETE I LIBRI DI STORIA, NON SIAMO ARABI", I BERBERI MARCIANO SU RABAT

Centinaia di bandiere tricolori (giallo-verde-blu) hanno sfilato nelle vie della capitale marocchina. Circa duemila attivisti berberi - provenienti da tutto il territorio nazionale - hanno manifestato per la piena affermazione della propria identità e hanno espresso solidarietà alla lotta condotta dagli imazighen nei villaggi del "Marocco profondo". Dopo la contestazione politica (20 febbraio) e sociale (disoccupati), si apre un nuovo fronte di protesta.


"Avanziamo passo dopo passo, ma il cammino da percorrere è ancora lungo", ha scandito il corteo partito domenoca 15 gennaio da piazza Bab el-Had, dove la maestosa porta scolpita sulla pietra rossa separa i cunicoli della medina dal quartiere Ocean.

Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni sulla strada del riconoscimento linguistico e culturale, gli imazighen ("berberi", plurale di amazigh) - oppressi nei decenni post-indipendenza (1956) dalla supposta uniformità arabo-musulmana su cui si è costruita l'identità del Marocco moderno - non sembrano intenzionati a fare sconti al regime.

"Correggete i libri di storia, noi non siamo arabi": è uno degli slogan più ricorrenti intonati dagli attivisti.

Il riferimento è ai manuali scolastici tuttora in uso, dove la storia del paese inizia con l'arrivo degli arabi nel VII secolo d. C. e con la conversione della popolazione all'islam. Della civiltà nordafricana antecedente all'era islamica non vi è quasi nessuna traccia, solo un rapido passaggio catalogato con il termine jahiliyyah, il tempo dell'"ignoranza".

Per il movimento berbero marocchino, in fase di rinnovamento e di espansione della sua base sociale, si è trattato della prima tawada ("marcia" in tamazigh) nazionale, dopo il tentativo abortito nel 2000 a causa di conflitti interni.

Il risultato - non certo paragonabile alla tawada cabila del giugno 2001, quando due milioni di berberi algerini marciarono da Tizi Ouzou ad Algeri (oltre 100 km) dopo le violenze del 'printemps noir' - ha lasciato comunque soddisfatti gli organizzatori per l'entusiasmo e la partecipazione.

La nuova generazione amazigh

Yassine el-Yaakoubi ha diciassette anni. Il suo volto sorridente quasi si nasconde dietro allo striscione "libertà per Mustapha e Hamid" - due militanti in carcere a Meknes dal 2007 - scritto in caratteri tifinagh.

Con alcuni amici è partito alle prime luci dell'alba da Imintanout, cittadina alle pendici dell'Alto Atlante occidentale, per apportare il suo contributo all'evento.

"Un vecchio attivista del posto ha messo a disposizione un minibus e ci ha pagato le spese di trasporto", confida Yassine, giunto a Rabat per la prima volta e quasi ipnotizzato dall'architettura della città.

L'appello alla tawada è stato diffuso a fine dicembre dagli studenti delle facoltà. La nuova generazione del movimento, con pochi mezzi a disposizione, ha deciso di rilanciare la contestazione di fronte alla titubanza delle storiche associazioni culturali, protagoniste della rivendicazione amazigh fino alla fine degli anni novanta ma ormai in crisi di legittimità.

"Trovato l'accordo sulla piattaforma, l'organizzazione è avvenuta tramite facebook ed è lì che sono nati i coordinamenti regionali a Casablanca, Marrakech, Agadir, Meknes e Errachidia. Tuttavia solo poche delegazioni hanno potuto permettersi il viaggio verso la capitale", spiega Asafar Lihi, originario di Goulmima (sud-est), tra i promotori dell'evento.

"Chiediamo la liberazione immediata dei nostri detenuti politici, la fine della marginalizzazione economica patita dalle regioni berberofone e una effettiva ufficializzazione della lingua amazigh", gli fa eco Said Elferouah, studente all'università di Agadir.

"Non è con un semplice articolo nella Costituzione che ci metteranno a tacere". Ma la manifestazione è anche l'occasione per celebrare l'inizio del nuovo anno berbero, il 1° Yennayer (14 gennaio), che il movimento vuole veder riconosciuto come giorno di festa nazionale.

Tamazight lingua ufficiale solo a metà

La Costituzione approvata nel luglio scorso su iniziativa del sovrano Mohammed VI ha attribuito (art. 5) alla lingua berbera (parlata da circa il 40% della popolazione) lo status di idioma ufficiale accanto all'arabo, ma nel complesso le misure offerte dal nuovo testo non hanno soddisfatto i giovani attivisti e le organizzazioni più radicali del movimento.

"La costituzionalizzazione è senz'altro un passo verso l'avvenire, ma resta un dispositivo parziale e in sé insufficiente, dal momento che la sua applicazione - il bilinguismo nelle amministrazioni e nei tribunali o la generalizzazione dell'insegnamento - è vincolata ai provvedimenti legislativi del Parlamento. Con la nuova maggioranza islamista-nazionalista [PJD, Istiqlal], storicamente ostile all'affermazione della berberità, c'è il rischio che l'assemblea blocchi il processo di ufficializzazione e rimetta in discussione le conquiste ottenute", dichiara Mounir Kejji, fondatore del centro di documentazione Tarik Ibn Zyad, in marcia in mezzo alla folla con la bandiera tricolore legata sulle spalle.

Tra le conquiste menzionate da Mounir, l'ingresso del tamazight nei programmi di istruzione, la pubblicazione dei manuali scolastici per il suo insegnamento - iniziato in forma sperimentale dal 2002 - e la scelta della grafia tifinagh per la standardizzazione della lingua, come stabilito dagli accordi tra l’IRCAM (l'Istituto reale della cultura amazigh) e il ministero dell’Educazione.

"Sono acquisizioni a cui non siamo disposti a rinunciare", ricordava di recente ad Osservatorioiraq.it il professor Ahmed Assid, responsabile dell'Observatoire amazigh des droits et des liberté (OADL).

"Vogliono costringerci a scrivere la nostra lingua con le lettere arabe, ma il tifinagh non è soltanto un alfabeto. I suoi caratteri, a lungo vietati nel paese, sono parte integrante della nostra identità sopravvissuta a secoli di arabizzazione".

Nel 1994, per aver esposto uno striscione in tifinagh durante la manifestazione del 1° maggio, Ali Ikem e altri sei attivisti dell'associazione Tilelli (Goulmima) finirono in arresto con l'accusa di "attacco alla sicurezza dello Stato e alla Costituzione".

Il caso suscitò indignazione ben oltre i confini nazionali e le proteste vennero placate solo dopo un provvedimento di amnistia.

Oggi Ali scrive romanzi e poemi nella sua lingua materna e si dedica alla raccolta e alla trascrizione del patrimonio orale (canti, poesie e miti) della regione, per fissarlo nella memoria collettiva.

"All'epoca eravamo in pochi. Combattere il culto dell'arabità era pericoloso e la repressione sempre in agguato. Ricordo i viaggi in Algeria e gli anni del contrabbando culturale. Portavamo con noi libri, audiocassette e manifesti per diffondere in Marocco l'esperienza del sollevamento cabilo, esploso nel 1980 con le grandi mobilitazioni del 'printemps berbère'.

Adesso i giovani amazigh sono numerosi e ostentano con fierezza la loro appartenenza. Per il regime non sarà facile tenere testa ad una simile pressione. Ciò significa che la nostra lotta non è stata vana", afferma lo scrittore, indicando la folla in marcia di fronte al Parlamento.

I villaggi si rivoltano contro l'emarginazione

Oltre alle rivendicazioni prettamente linguistiche e identitarie, i manifestanti hanno brandito striscioni e cartelli in solidarietà agli imazighen di Imiter, da cinque mesi in lotta contro la società di estrazione che gestisce la miniera d'argento nell'Alto Atlante orientale.

"Le grandi imprese sfruttano le risorse presenti nel nostro territorio, fanno profitti, ma la popolazione locale viene messa da parte. Non ci sono investimenti nella regione, perfino le infrastrutture di base - strade, scuole, ospedali - sono carenti. I nostri figli partiti a Errachidia o a Meknes per terminare gli studi, nonostante il diploma o la laurea, si ritrovano sempre più spesso disoccupati", riferisce Moha Bensaid, un insegnante proveniente da Tinghir, a pochi chilometri dalla cittadina in rivolta sul monte Alebban.

"Abbiamo combattuto la colonizzazione e ci hanno ricompensato con l'esclusione", rilanciano gli attivisti dalla testa del corteo.

La protesta contro la marginalizzazione in cui versano le aree a maggioranza berberofona, le ultime a cedere le armi di fronte alla penetrazione francese (Rif e Alto Atlante) durante il protettorato, è uno dei temi centrali su cui si sta concentrando l'azione del movimento amazigh.

Le ribellioni a carattere locale sono divenute ormai un fenomeno endemico nel paese, dove lo sviluppo resta delimitato alle grandi città e alla costa atlantica.

Prima di Imiter, nell'agosto del 2011, era stata la volta degli abitanti di M'rirt, villaggio situato nel Medio Atlante (Khenifra), a scendere in strada per denunciare le condizioni di degrado e di precarietà sociale in un'area pertanto ricca di giacimenti minerari (oro e zinco).

Per Rachid Raha, vicepresidente dell'Assemblée mondiale amazighe, il prossimo obiettivo del movimento "sarà fare in modo che le proteste sociali, rimaste fino ad ora circoscritte, e le iniziative promosse dalle associazioni e dai giovani militanti convergano in unico fronte di lotta".

Un paese in fermento

La tawada berbera si iscrive sulla scia della contestazione politica che da quasi un anno, nonostante le "aperture" del sovrano, è in corso nel regno alawita.

Alla manifestazione di domenica scorsa hanno preso parte anche alcuni esponenti del movimento 20 febbraio e gli attivisti dell'AMDH (l'associazione marocchina per i diritti umani).

"Lottare per i diritti del popolo berbero significa lottare per un Marocco democratico e plurale. Le rivendicazioni amazigh sono parte integrante della nostra piattaforma, a cui le autorità hanno risposto con grandi proclami e riforme inefficaci. Per questo la protesta va avanti", ha dichiarato Nizar Bennamate, tra i membri più attivi del comitato "20 febbraio" della capitale.

Le critiche degli imazighen in marcia a Rabat non hanno risparmiato né il nuovo premier Abdelilah Benkirane né l'entourage reale, accusata di malversazione e corruzione.

"I martiri sono nelle tombe e i ladri siedono a palazzo", ha scandito il corteo, prima di passare ad uno degli slogan più diffusi - almeno nell'anno appena trascorso - nella sponda sud del Mediterraneo: "il popolo vuole la caduta del regime".

Mentre una nuova tawada è già stata indetta per il prossimo aprile, il Marocco di Mohammed VI sembra essere entrato in una fase di intensa mobilitazione.

La rivolta popolare scoppiata a Taza (nord-est) ad inizio gennaio è stata sedata solo dopo l'intervento delle forze di polizia giunte da Fes, in soccorso agli effettivi locali sorpresi dal sollevamento.

I laureati-disoccupati in sit-in a Rabat, invece, hanno occupato la sede del ministero dell'Educazione per dodici giorni fino a quando, lo scorso mercoledì, cinque di loro si sono cosparsi di benzina e poi dati alle fiamme (ricoverati all'ospedale di Casablanca, restano tuttora in gravi condizioni).


di Jacopo Granci da Rabat

22 GENNAIO 2012
http://osservatorioiraq.it

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Non vi è dubbio che "fine" strategìa c'è stata e c'è tuttora nel perseguire, con spirito di mediazione e di tolleranza, la politica di cooperazione in campo etnico, religioso e di civile movimentismo di natura a-politica:


LE DONNE E LA POLITICA IN MAROCCO

Senza la partecipazione delle donne la democrazia è inconcepibile. Dopo due decenni le parlamentari marocchine, le associazioni femministe, dei ricercatori, uomini e donne sono “alla ricerca di giustizia in un mondo di illegalità”, per riprendere le espressioni usate dall'istituto di ricerca delle Nazioni Unite sullo sviluppo sociale.


Uomo e donna

Lo scrutinio del 2007 s'iscrive in una strategia politica e in un programma adottato dallo stato marocchino e dalla società civile su vasta scala per promuovere l'uguaglianza uomo-donna e ci dà l'impressione, attraverso la campagna elettorale e i programmi dei partiti, di voler contribuire a una forte partecipazione delle donne alla gestione degli affari pubblici. Questo è ciò che si evince nel corso della preparazione di queste elezioni.Prendendo atto dei notevoli progressi in materia di riconoscimento dei diritti delle donne in particolare nelle esperienze delle Ong e dei partiti politici, .... riteniamo che molto resti da fare e che le cifre delle elezioni del 2002/2003 lo testimoniano: il 10,8 di tutti i parlamentari e solamente il 0,54 percento degli eletti comunali sono donne.Per far fronte a questo deficit e tenuto conto della problematica della partecipazione delle donne nella politica, - che è una battaglia non solamente femminile ma anche degli uomini per l'uguaglianza, la democrazia e la giustizia sociale - le donne marocchine danno prova ogni giorno di essere sempre più presenti nel mondo degli affari, sulla scena economica e sociale, nel settore culturale associativo e sportivo, ma la loro partecipazione alla politica resta un grande paradosso che i partiti e lo Stato sono invitati ad affrontare.

Se il Marocco nel 2002 ha aperto la via del mondo arabo al ricorso delle liste nazionali come misura di rafforzamento della rappresentanza parlamentare femminile, l'esempio marocchino ha segnato un'evoluzione recente nel mondo arabo e in Africa. La questione che si pone all'ordine del giorno delle elezioni legislative e che fa sprecare tanto inchiostro è che i partiti politici marocchini hanno contribuito per una certa parte all'evoluzione in materia di integrazione politica delle donne. E' ciò che si constata dagli sforzi fatti dal 2002 fino alla vigilia delle elezioni del 2007, per aumentare la rappresentanza delle donne e la loro integrazione. Troviamo la risposta nel livello di astensione registrato il giorno del voto, sapendo che più della metà della popolazione marocchina è di sesso femminile.


Una mentalità vecchia

La maggior parte dei partiti politici marocchini sono rimasti ancorati alle loro pratiche e alla cultura dell'approfittare delle difficili condizioni socio-economiche delle donne per trarne profitto il giorno del voto.
Il principio della lista nazionale è stato tollerato con, come garanzia, un patto d'onore a cui i partiti hanno aderito e al quale si sono adeguati nelle elezioni del settembre 2002. Ma per la compilazione delle liste locali poche donne sono state messe a capo delle stesse, dando così solo a quattro donne la possibilità di essere effettivamente elette.In effetti, il cammino resta ancora lungo, il deficit di rappresentanza e d'integrazione delle donne a livello mondiale non può costituire un alibi per il Marocco, che si pone in sesta posizione nel mondo arabo dopo l'Iraq con il 25,5 percento, la Tunisia con il 22,8 percento, la Mauritania con il 20,9 percento, la Siria con il 17,8 percento e il Sudan con il 12 percento.

Siamo ancora molto distanti dai paesi nordici o dal Ruanda, la cui testimonianza è stata edificante: l'esperienza ruandese è andata al di là della quota minima del 30 percento per arrivare ad una rappresentanza femminile che va oltre il 49 e dovrebbe per questo costituire un esempio da seguire per il Marocco.Le elezioni del 2007 costituiscono una tappa importante per la stabilizzazione delle pratiche democratiche nella vita politica del Paese. L'assenza di partecipazione femminile al voto, il quale rappresenta un esercizio effettivo della cittadinanza, è essa stessa pregiudiziale allo sviluppo della democrazia. La rappresentanza e l'integrazione cosciente delle donne nell'elites politiche nazionali sono lontane dal riflettere la proporzione demografica e la misura del loro contributo economico.Infine, in generale, il Marocco è invitato dalla volontà politica e dalle iniziative dei partiti, dello Stato e della società civile, a contribuire a rinforzare la rappresentanza politica delle donne e a giocare il ruolo di “locomotiva” di uno sviluppo sensibile al “genere”.


Nezha Elouafi

ricercatrice marocchina in Scienze sociali

www.peacereporter.net



LA QUESTIONE ISLAMICA



La maggior parte dei marocchini professa l'Islam. Oltre ai musulmani in Marocco sono presenti circa 80 000 cattolici, per lo più francesi, e 8.000 ebrei, la comunità ebraica più numerosa del mondo arabo, che prima della fondazione dello Stato di Israele contava più di 300.000 ebrei sefarditi.

L'islam tradizionale nordafricano presenta alcune caratteristiche particolari come il culto dei marabutti e dei santi (Sidi), le cui tombe sono oggetto di pellegrinaggi. Rispetto alla vicina Algeria, in Marocco sono molto meno numerosi e diffusi i fenomeni di terrorismo.
Sebbene il re sia considerato discendente del Profeta e "Comandante dei credenti", la legislazione è notevolmente laica, in particolare con un codice di diritto di famiglia (Mudawana), riformato nel 2004, che tutela le donne molto più di quanto non faccia la legislazione a base islamica di altri Stati a maggioranza musulmana. Anche l'uso degli alcolici, sebbene vietato dalla legge coranica, non è punito dalla legge marocchina. Inoltre, è molto seguito il calendario occidentale per cui, nelle città più importanti e/o più turistiche, molto spesso è la domenica, e non il venerdì, il giorno di riposo.



ISLAM DI MAROCCO



Venerdì scorso in Marocco si sono tenute le prime elezioni dopo l’approvazione delle timide riforme costituzionali promosse dal sovrano, Mohammed VI, in risposta alle proteste di piazza che dall’inizio dell’anno stanno interessando anche questo paese nordafricano. A conquistare la maggioranza relativa è stato il partito islamista moderato Giustizia e Sviluppo (PJD) il quale, nonostante la necessità di fare affidamento su altre formazioni politiche per la creazione del nuovo governo, potrà per la prima volta indicare il nome del prossimo primo ministro.

Quello del PJD in Marocco è il secondo successo elettorale in poche settimane ottenuto da un partito d’ispirazione islamica, sia pure moderata, dopo l’affermazione di Ennahda in Tunisia, mentre precede la probabile vittoria dei Fratelli Musulmani in Egitto, dove la prima fase del discusso processo di transizione ha preso il via con il voto di lunedì.

Secondo i risultati definitivi annunciati dal governo, il PJD ha conquistato 107 seggi sui 395 complessivi del parlamento marocchino, vale a dire più del doppio della sua attuale rappresentanza (46). Come stabilito dalle recenti modifiche costituzionali, il nuovo premier verrà scelto dalle fila del partito con il maggior numero di seggi che procederà poi a formare la coalizione di governo. Candidato alla carica di primo ministro è il segretario del partito, Abdelilah Benkirane, il quale dovrebbe diventare non solo il primo capo di governo marocchino espressione di una consultazione popolare, ma anche il primo appartenente ad un partito islamista. Fino ad ora, il sovrano aveva facoltà di indicare un primo ministro di sua scelta e l’incarico era perciò sempre stato assegnato ad un esponente dei partiti che tradizionalmente orbitano attorno alla corte alauita.

Non avendo raggiunto la maggioranza assoluta nel nuovo parlamento, il PJD dovrà trovare dei partner di coalizione. Molto probabile appare un accordo con l’attuale formazione di governo, il partito nazionalista conservatore Istiqlal (Indipendenza). Quest’ultimo, storico partito della monarchia marocchina, ha ottenuto 60 seggi (+ 8 rispetto al 2007) e l’attuale premier, Abbas El Fassi, nella giornata di sabato ha già confermato di essere pronto ad entrare in un governo di coalizione con Giustizia e Sviluppo. Al terzo posto, con 52 seggi (+ 13), si è posizionato poi un altro raggruppamento vicino al sovrano, l’Unione Nazionale degli Indipendenti (RNI) di centro-destra, guidato dal Ministro delle Finanze in carica, Salaheddine Mezouar.

Come nel resto del mondo arabo, anche in Marocco a inizio anno avevano cominciato a diffondersi proteste popolari che chiedevano una democratizzazione del sistema, monopolizzato dall’istituzione monarchica. Qui, tuttavia, le manifestazioni sono sempre state relativamente contenute e non si sono verificati gravi episodi di violenza come in altri paesi. In risposta alle richieste avanzate principalmente dal Movimento 20 Febbraio, Mohammed VI si era comunque mostrato disponibile a rinunciare ad alcune prerogative reali e a lanciare riforme di facciata.


Un’apposita commissione da lui istituita aveva così studiato una serie di riforme costituzionali che sono state poi approvate a larga maggioranza tramite un referendum popolare nel mese di luglio. In base alle nuove misure, il sovrano è stato privato del potere di controllo sul sistema giudiziario, ma anche, come già anticipato, di scegliere il primo ministro senza tenere conto dei risultati elettorali e di sciogliere il parlamento. Queste e altre modifiche, tuttavia, hanno mantenuto sostanzialmente immutata la struttura del potere in Marocco, dove la monarchia continua ad avere un ruolo centrale. Il re conserva, infatti, tutto il proprio potere decisionale, ad esempio sulle questioni religiose, sulla politica estera e in materia di sicurezza e difesa.

Mohammed VI era salito al trono nel 1999 in seguito alla morte del padre, Hassan II, e viene generalmente considerato in Occidente come un riformatore che ha relativamente aperto la società marocchina e limitato gli abusi dei diritti umani nel paese. Nonostante una serie di misure di impatto limitato, il Marocco in questi dodici anni non ha in realtà evidenziato progressi democratici significativi, come confermano le persistenti detenzioni per motivi politici e le distorsioni seguite alla partnership con Washington nell’ambito della cosiddetta guerra al terrore.

La risposta della maggioranza della popolazione marocchina ai presunti cambiamenti del panorama politico marocchino negli ultimi mesi è sembrata in ogni caso piuttosto tiepida. L’affluenza alle urne ha fatto segnare qualche progresso dalle ultime elezioni nel 2007, passando dal 37 al 45,4 per cento. Il dato di venerdì è però nettamente inferiore rispetto al 2002, quando votò il 51,6 per cento degli elettori registrati. Oltre alla disillusione per un sistema in gran parte identico al recente passato, sul numero dei votanti ha influito anche l’appello all’astensione del Movimento 20 Febbraio, che ritiene inadeguate le riforme di Mohammed VI e continua a chiedere una monarchia costituzionale sul modello britannico.

Il partito Giustizia e Sviluppo si ispira all’omonimo partito di governo turco e promuove un Islam moderato. Nel corso della campagna elettorale appena conclusa sono stati pressoché totalmente tralasciate le questioni religiose, per puntare piuttosto sulle emergenze economiche e sociali degli strati più disagiati della popolazione. Come Ennahda in Tunisia, d’altra parte, anche il PJD intende dare un’immagine rassicurante di sé come prossima forza di governo, così da non inimicarsi i partner occidentali del Marocco.

Il PJD, oltretutto, appoggia la casa reale, al contrario di al-Adl Wal Ihsane (Giustizia e Carità), un altro movimento islamista di massa, ufficialmente illegale anche se tollerato dal governo, che ha partecipato alle proteste di piazza promosse dal Movimento 20 Febbraio e, come quest’ultimo, ha insistito per il boicottaggio delle elezioni. Il successo del PJD conferma comunque il discredito dei partiti vicini al sovrano o nominalmente di opposizione. In mancanza di valide alternative, la maggioranza dei marocchini che si sono recati alle urne ha scelto di votare per gli islamisti moderati, i cui appelli populisti hanno avuto un certo successo tra le classi medie e quelle più povere.

Nonostante alcune agenzie di stampa abbiano scritto di insolite apparizioni sulle TV locali di giornaliste marocchine con l’hijab all’indomani del voto, è improbabile che la vittoria del PJD possa produrre una svolta in senso islamista o anti-occidentale in Marocco. A confermarlo sono stati, tra l’altro, i commenti positivi dei governi di Francia e Stati Uniti. Da Parigi, il Ministro degli Esteri, Alain Juppé, ha affermato che “il risultato del voto va rispettato” e che a suo parere il PJD “ha posizioni moderate”. 

Da Washington, invece, il Segretario di Stato, Hillary Clinton, si è congratulata per il “successo delle elezioni”, ricordando che i leader scelti dal voto “non saranno giudicati soltanto da quello che dicono ma anche da quello che fanno”. A cominciare dalla disponibilità a continuare ad assecondare gli interessi americani, ovvio.

Michele Paris


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29 novembre 2011


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