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Personaggi della Termini com'era..
 

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Termini - Via Verdura - anni '50

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"L'ammola fòrfici"


Abitava con la famiglia nella casa che dava sul primo gradino della via Roma a sinistra, di fronte allo studio del notaio Benincasa. Cortese e gentile, salutavale persone che incontrava con un cerimonioso: "a rrivedella ". La sua mola era montata su di un banco provvisto di una grande ruota cerchiata che, quando il lato opposto veniva alzato, toccava terra e rendeva l'attrezzo mobile.

Don Salvatore, così si chiamava il nostro amico, un giorno visitava Termini Bassa ed un giorno Termini Alta, e nei crocevia, volgendo la testa di qua e di là, rendeva nota la sua presenza con un forte, ma lento: "ammulamu fòrfici, ammulamu cutedda" e dopo un po', come per prendere fiato, continuava con un “ammulamu rrasoia".

Per recarsi “nzusu”, il poveretto spingeva il suo bancone per la via Stesicoro, a cominciare dal Caricatore fino a Piazza San Carlo; da qui attraversava tutta la "Strata Ranni" (via Diaz) e da lì volgeva a destra percorrendo la via Vittorio Amedeo. Il bravuomo non si lamentava mai dell'enorme fatica a cui si assoggetava, e potrebbe essere portato ad esempio per i nostri ragazzi che hanno bisogno dell'automobile o del motorino, per recarsi al tabaccaio distante cento metri da casa.

Don Salvatore affilava i coltellacci dei macellai ma non si sa quale fosse la sua bravura nell'affilamento delle forbici; un giorno mio padre gli affidò il suo rasoio; dopo che questo fu fatto passare attraverso tre piccole mole, di cui una in legno, venne reso assolutamente inservibile.

L'arrotino ritornava a casa scendendo per la via Cavalieri (Gregorio Ugdulena) ma, giunto al Cannolo Grosso, invece di proseguire e scendere poi per via 1' Errante, percorso molto più agevole per lui, imboccava la via Tribunali, le cui prime gradinate erano ripidissime, forse per dimostrare che era bravo anche in questo.

Gli avvocati

Non erano molti, forse perchè a Termini la litigiosità era minima; eppure avevamo la Corte di Assise, il Tribunale, la Pretura e la Conciliazione.

Gli avvocati erano: Dominici Longo, sempre con polsini inamidati e bastone; Purpura, buon civilista; Papanìa; Russo; Giuseppe Balsamo; Giuseppe Sciarrino; Balsamo Strangi, che rifiutava l'incarico quando la sconfitta era certa; l'avvocato Mormino e l'avvocato Maggio.

Quest'ultimo proveniva da un paesello dei contrafforti delle Madonie ed era rimasto vedovo con un figlio ribelle che non aveva voluto studiare e che, col suo cane andava a caccia ogni giorno.

L'avvocato Maggio non volle mai risposare, e anche da vecchio ed infermo badava alla cucina. Naturalmente non aveva una scelta clientela, anche per la sua modestissima preparazione, e si racconta (è poi vero?) che difendendo quattro ladri che avevano rubato del filo di ferro, si rivolse ai giudici dicendo: "Signori della Corte, il teste ha detto che per quel foro nel muro poteva a stento passare una persona; come avranno potuto passarvi ben quattro uomini?".

Gli avvocati non avevano borsa, e portavano i fascicoli piegati in due sotto l'ascella.Non so per quale legge, difendeva in Pretura ed in Conciliazione un non laureato che chiamavamo avvucatu Iattaredda, una persona piccola e loquace che, forse per i modici onorari che chiedeva, aveva una nutrita clientela.

I campista

Non ve ne dovevano essere più di una ventina per tutto il territorio di Termini. Vestivano in borghese con il berretto etichettato G.C., la doppietta e una tromba a tracolla, con la quale chiamare il compagno lontano in caso di bisogno.

Lavoravano sodo al tempo della raccolta delle olive, perché molti erano i ladruncoli che, anche di notte, andavano a rubarle; ma di solito non si affaticavano molto, in quanto che le campagne erano affollate di contadini ed ortolani.

Ricordo che, in occasione della villeggiatura nella nostra casetta di contrada Pernice, facevano capolino all'ora del pranzo due guardie campestri che, dopo lunga esitazione all'invito di mio padre, finalmente acconsentivano a sedersi alla nostra modesta tavola.

U iurnateri

Era un povero diavolo condannato ai lavori forzati. Partiva a piedi la mattina all'alba, con la zappa in spalla, ed a tracollo il saccuni, dove deponeva la botticella col vino, circa un chilo di pane, una frittata o delle olive, nere o salate, o una sarda salata, o un carciofo ammuddicatu, o un po' di caponata, o un pezzettino di formaggio. Qualche frutto, allora abbondantissimi e a buon mercato, completavano il parco vitto.

Ritornava a casa verso l'Ave Maria, spesso trasportando della legna, della cicuriedda, della cardedda, dei finuccheddi ri muntagna, dei vurranii, che servivano per condire la pasta, accompagnata da qualche povero "secondo". Un po' di vino completava la magra cena, divisa dalla compagna e dai bambini. Poi a letto, perché l'indomani doveva alzarsi presto, ma, prima di partire, avrebbe fatto un buon pasto con broccoli, cavoli o qualche altra cosa "cotta", innaffiato con un bel bicchiere di vino.

I medici

I pochi medici di allora, non impastoiati dagli adempimenti burocratici di oggi erano affettuosissimi, e molti di essi diventavano compari dei capi della famiglia assistita, tenendone a battesimo i figli.

Si sedevano, osservavano la lingua del paziente, gli tastavano il polso, tenendo l'orologio nella mano sinistra, lo ascoltavano mediante un apparecchio tascabile, davano dei colpetti con le dita sullo stomaco, spesso volevano osservare la secrezione renale, e poi chiedevano all'ammalato ed ai familiari dei dettagli che potessero consentire di arrivare ad una diagnosi. Dopo di che si scriveva la ricetta, vergata in geroglifici che i profani non potevano interpretare.

Indi il medico dava dei consigli, rincuorava, chiedeva notizie dei membri della famiglía lontani, e, senza fretta, si lavava le mani in una bacinella sorretta da suppoto di legno (l'acqua corrente mancava nella maggior parte delle abitazioni) e si tergeva mediante un asciugamani di bucato che le donne avevano approntato, assieme ad una saponetta all'uopo comprata. Il medico ogni tanto accettava un bicchierino di rosolio casereccio, salutava tutti, faceva qualche carezza ai bambini e si congedava.

Il dottor La Scola, medico del Collegio di Maria, era un uomo imponente con capelli brizzolati, ed era particolarmente rinomato nelle piccole e grandi operazioni chirurgiche. Per un certo tempo fu accompagnato dal dottor Giardina, che faceva pratica.

Il dottor Novara, alto e prestante, era il medico della borghesia. Parlava lentamente con tono nasale; si intendeva di politica ed in prosieguo di tempo dívenne sindaco.

Il dottor D'Asaro era sempre inappuntabilmente vestito, ed andava in giro con un bastone col manico d'argento; aveva vasta clientela ed una parlantina suadente con la quale cercava di imbonire la testa dei giovani con certe sue idee associative.

Il dottor Battaglia era un ometto mingherlino che andava in giro con cilindro e redingote; il suo lento eloquio era inframezzato dalla parola "naturalmente".

Il dottor Balsamo (u furnareddu) era basso e tarchiato, e quando fumava sembrava la ciminiera di uno stabilimento industriale. Più in là diventò medico delle ferrovie.

Il dottor Cimino, brava persona, minimizzava costantemente il male di cui il paziente era affetto, conscio, sicuramente, degli effetti benefici della suggestione. Ai malati diceva sempre: futtitinni.

Il dottor Antonino Battaglia (u miricanu) era sempre infiammato di amor di Patria. Saliva ogni giorno dalla via Tribunali (via Roma) tenendo le mani sul ventre, e col bastone (infilato nel braccio sinistro) che sorreggeva il cappello a cilindro.

Il dottor Ciòfalo, novellino, aveva scarsa clientela; ma diventò bravo ed accanito giocatore di tressette.

Il dottor Menzalora, molto popolare, era studioso e seguiva i progressi della medicina.

Il dottor Fucà (padre) imperava a Termini Alta; era il medico delle Clarisse e si pavoneggiava per un bellissimo paio di baffoni.

I notai

Il notaio Rao aveva lo "scagno" nel corso Umberto e Marghcrita, di fronte Chianu á Cruci (Piazza Crispi) e teneva in bocca, costantemente. la sua pipa di creta cotta con la testa di Garibaldi. Era il notaio più accreditato della città, ed aveva un amanuense a cui dettava gli atti, che venivano vergati a chiarissimi caratteri con i nomi e cognomi in corsivo.

Il notaio Benincasa aveva lo studio al principio della via Tribunali, di fronte la casa che abitava con la famiglia.

Il Castro abitava in via Cavalieri ma lo studio l'aveva in Piazza San Carlo, e finalmente il notaio Gargotta, un gigante di oltre due metri d'altezza che abitava in via Tribunali, nei pressi del Cannolo Grosso, con il bugigattolo in via Inguaggiato, quasi di fronte alla cappelletta della Madonna delle Grazie.

L'archivio notarile era ubicato in via Stesicoro, ed aveva alle spalle un giardino che una volta apparteneva al convento della Gancia.

L’orvi

Ninu “l’orvu” e Turiddu “l’orvu” erano due ciechi suonatori di violino, che vivevano alla meglio suonando tridui, ottave, novene ecc., davanti la porta, chiusa o aperta, dei loro "parrucciani", percependo una tenue mercede riscuotibile alla fine del "servizio".

La loro opera cominciava all'alba, piovesse o tirasse vento, e finiva nel primo pomeriggio, e nei loro itinerari erano guidati da un ragazzetto sulla cui spalla sinistra il cieco poggiava la mano destra e che, oltre al compito di fermarsi davanti la porta chiusa, doveva pronunziare la parola “scaluni”, quando si stava per scendere o risalire un gradino.

Tale Mancuso. che in gioventù aveva guidato Ron Ninu (Giuffrè) mi raccontava che oltre ad una coppola, un vestito e due paia di scarpe, vitto e alloggio, percepiva ogni sabato la mercede di due soldi (Lire 0,10), equivalenti a Lire 5,20 l'anno!

Per arrotondare le loro magre entrate, i ciechi non di rado partecipavano alle festicciole che si tenevano in occasione di battesimi, matrimoni e simili circostanze. A Don Nino i ragazzi chiedevano di fare "u íaduzzu", ed il brav'uomo spesso li accontentava facendo uscir fuori dal violino una specie di “chi-chi ri-chi” che mandava in visibilio i monelli. La qualità delle prestazioni suonate e cantate lasciavano piuttosto a desiderare [..]

Ninu poteva contare su proventi addizionali, perchè ”metteva a manu e vermi”, cioè imponeva la mano sulla pancia dei pazienti che soffrivano di parassiti intestinali, mentre le sue labbra si muovevano, come se pregasse o scongiurasse. Non so se la cura fosse efficace, ma i clienti non facevano difetto.

L'altro orbo, Turiddu, era spesso affiancato da un omone, pure cieco, che suonbava una specie di violoncello. Quest'uomo nei pomeriggi si tuffava in mare all'altezza della Gisira, per pescarvi Spònzuli che deponeva in una specie di reticella che gli pendeva dalla cintola.
I suonatori ciechi di violino sono spariti per sempre.

I pastai

Erano numerosi a Termini, non essendo ancora sorti i grandi pastifici industriali, e pertanto tutto si faceva in forma artigianale. Un tale Sansone, di via Inguaggiato, aveva le vetrine accanto alla porta piene di pasta dalle fogge strane, quali, frange, frangette, nodi, fiocchi, volute, ghirigori; entrando, attaccato alla parete, sotto un quadro raffigurante S. Giuseppe, campeggiava il diploma incorniciato di "Provveditore di Casa Reale".

In questi opifici il bancone di vendita era nello stesso ambiente dove si trovava il torchio. Al bancone stava un parente del proprietario, quasi sempre la moglie o una figlia. Si vendeva ancora a "rotolo" (grammi 800), si pesava su di una grossa bilancia a due piattelli, e non pochi clienti compravano a credito.

Si vendevano tre qualità di pasta: la prima era di semola di grano duro, la seconda (pasta î secunna) era scura e conteneva crusca, la terza consisteva di "pezzame". La pasta lunga era avvolta in carta spessa giallastra, mentre la corta era annodata in un fazzoletto portato dal cliente. Il torchio era una specie di grosso motore, con una tramoggia e con la parte centrale rotante dove erano dei grossi buchi in cui veniva inserita orizzontalmente una trave.

Un uomo o una donna, a piedi nudi salivano sulla trave sul punto più vicino al torchio e, sorretti da una corda che pendeva dal soffitto, si dirigevano verso l'estremità esterna della trave la quale, per il peso dell'uomo, calava fino a toccare terra. La trave veniva sfilata dall'alloggio in cui si trovava, e veniva reinserita nell'apposito buco dell'anello rotante; l'uomo saliva sulla trave e, col suo peso, la faceva calare di nuovo, e via di questo passo.

il torchio pressava la pasta molle, che fuoriusciva da uno stampo: se era pasta corta si raccoglieva in un apposito contenitore di tela e si portava fuori ad asciugare; se era pasta lunga un altro operaio raccoglieva ogni filo e lo poneva a cavalcioni di una canna, che poi, debitamente riempita, veniva portata fuori ad asciugare su un cavalletto.

Un opificio per pasta, abbastanza grande, era ubicato all'estremità sud del tirracchiu; apparteneva ai fratelli Russo, e la costruzione rimase sul posto fino alla seconda guerra mondiale. Questo prodotto era detto pasta r'arbitriu, mentre per pasta ri casa s'intendeva quella manipolata e consumata quasi unicamente dai contadini e consisteva di gnòcculi, lasagni, maccarruna e tagghiarini.

Le varietà di pasta r'arbitriu comunemente vendute a Termini erano: attupareddi, capiddi r'àncilu, cavatuna lisci, cavatuna rizzi, filateddu, filatu rossu, finillini, iagni ri vècchia, italeddu, lasagni, lingua ri pàssiru, maccarruna, magghetta, siminzedda, spizzieddu, stidduzzi, tagghiarini, virmiceddi, zzitu.

U puntuneri

Guardie municipali. Ve ne erano quattro: Santini, sergente, Cannistra (la cui moglie, ronna Masina, era custode del museo), Fasullo e Bontempo. Bastavano ai bisogni della città, ed appioppavano multe da una lira ai padroni dei cani che vagavano senza museruola, a chi stendeva la biancheria nelle vie principali, a chi buttava acqua per le strade.

Vestivano in uniforme, con doppia fila di bottoni nella giacca, e portavano una daga un po' ricurva e con manico di ottone. Le guardie municipali avevano anche la passione di pompiere.

I scarpara

Le automobili non si conoscevano, e di calzolai ce n'erano legioni; quasi in tutte le vie. Il nomignolo di scarparu era generalmente lanciato contro qualsiasi operaio che non conosceva bene il suo mestiere, ed anche contro qualche professionista di dubbia provenienza, e non se ne capisce il perché, dato che i calzolai erano dei bravi artigiani.

Lavoravano sempre su commissione. Ci toglievamo la scarpa destra, che poggiavamo su un pezzo di cartone, ed il calzolaio ne prendeva le misure su una strisciolina di carta.

Prima di tutto veniva misurata la lunghezza, poi il dorso del piede e quindi la circonferenza alla radice delle dita. In seguito, il nostro amico sceglieva una delle numerose forme di legno di cui era dotato, la misurava e vi aggiungeva, se era il caso, qualche strato di carta per adattarla al piede dianzi misurato.

I calzolai avevano in bottega una certa scorta di materiali, che compravano da due negozi ben forniti: uno, a Termini bassa, era gestito da certo Lo Presti, che vendeva, pure, candele di cera, o l'altro in via Vittorio Amedeo, non lontano da Porta di Caccamo, condotto da un individuo irritabile e scontroso, certo Capuano.

Seduti sul loro basso sgabello, i calzolai facevano le ore lunghe davanti il loro “bancarello", contenente gli attrezzi necessari, ed erano affiancati da giovani lavoranti e dal picciutteddu che, oltre ad imparare il mestiere, serviva anche la padrona di casa per le piccole compere.

Il calzolaio, pur non vivendo nell'abbondanza, era contento del suo stato. Nella sua piccola gabbia appesa al muro, aveva sempre un canarino, un cardellino o un calantruni, perché amava il canto.

Anch'egli fischiava a lungo, e talvolta nuoceva ai vicini, che se ne lamentavano. Dalla primavera all'autunno, tempo perrmettendo, trasportava il suo deschetto in strada, anche ad una certa distanza da casa, e cercava il punto ombrato dove tirava la brezzolina.

Un calzolaio di non alta levatura era chiamato solachianeddi. Col consumismo imperante, sono adesso sorti come funghi i negozi di calzature e sono spariti i calzolai e, ai pochi che restano, il lavoro non manca.

Le scarpe, generalmente denominate stivaletti erano fatti di diversa qualità di pelle: vacchetta, bbarbanti, pelle al cromo, pelle rrizza (martellata), lucida, pelle gialla, ed avevano varie fogge: stivali, scarpine, scarpe, scarponi, stivaloni e ciabatte. Non erano conosciuti i sandali e le scarpe con suola di gomma.

Le scarpine si infilavano e basta, ma le altre erano chiuse con stringhe che si introducevano negli appositi occhielli, come adesso, o si agganciavano a certi appigli di ottone che erano forniti al posto degli occhielli. Certe calzature, chiuse sul davanti, erano fornite di due finestrelle laterali alle quali era adattato un tessuto elastico, e al margine superiuore essitevano una o due orecchiette, che servivano per tirar su la calzatura.

Gli elegantoni si servivano delle scarpe con i bbuttunedda, con una fila di pomelli di plastica che si facevano entrare nelle apposite asole mediante un apposito ferretto terminante ad uncino. Le scarpe giornaliere avevano le suole ed i tacchi cosparsi di bullette e le altre avevano salva-punte e salva-tacchi di ferro. Le scarpe da donna avevano le suole sottilissime, e non si capisce come le signore riuscissero a deambulare a Termini Alta, perché il Belvedere, la Piazza del Duomo, la via Enrico Iannelli, la via del Monte (Mazzini), la via Stesicoro, la via Macello (lo Faso), Piazza Gancia, la via Vittorio Amedeo e lo stradale fuori Porta Girgenti, non asfaltati, erano coperti da brecciame.

Con appena tre lire si poteva comprare un bel paio di scarpe, ma i soldi erano rari, e di conseguenza le stesse venivano risuolate anche tre volte, e quando divenivano quasi inservibili si rimettevano a nuovo con la menza rimunta. Trattandosi di scarpe di adolescenti, le massaie, soddisfatte, dicevano che erano diventate un murtareddu.

Buon numero di pescatori non conoscevano cosa fossero le calzature, ed in via Verdura v'erano tanti bambini a piedi nudi che ostentavano, però, rubicondi faccini. Si racconta di un tale pescatore che, dovendo sposare, fu invogliato da amici e parenti ad introdurre i piedi in quegli strumenti di tortura.

Il poveretto, durante il rito nuziale alla Parrocchia della Consolazione, aveva dato irrefutabili segni del suo disagio, ma appena uscito dalla chiesa, alla fine della cerimonia si sedette sul primo gradino dello scalone monumentale, si sfilò in tutta fretta le scarpe dai piedi e le fece volare in strada al di sopra della balaustra, accompagnando il gesto con un e cchi bbogghiu sti tticchi ri scappi.

A Termini primeggiavano i calzolai Capuano, in via del Carmelo, Sarino, in principio della via Tribunali (Roma), Succiteddu a Piazza San Carlo, e Medina in via Vittorio Amedeo, dove oggi si trova l'Agenzia Turistica Manzo.

Quest'ultimo maestro, volendo dimostrare ad un suo conoscente che, per agevolare l'introduzione del piede nella scarpa è necessaria una certa proporzione tra il tacco e la parte anteriore della calzatura, se ne uscì con questo assioma: "Quando il talco è plopolzionato alla planta, il piere si nni va".[..]

I scarpillina

A Termini vi era un buon numero di scalpellini che avevano un cantiere vicino al gioco delle bocce, al Belvedere (casteddu), ed un altro vicino la riva del mare, non lontano dall'uscita ovest del tunnel della ferrovia per Palermo. Dalla ricavata dalle mine locali, si facevano acquai, chiusini, lavatoi, architravi, basole, scalini ecc., anche per committenti forestieri. Molti pianterreni di case erano basolati e il Municipio adibiva questi lavoratori della pietra a scalpellare le basole delle strade in salita, come per esempio quella della via Tribunali che, essendo allora la via più battuta del paese, era soggetta a forte usura.

U scippa iagni

I dentisti non si conoscevano, e poco curata era l'igiene della bocca, di modo che molte erano le persone sdentate, e tutti i vecchi avevano il mento ricurvo (carozzu). La carie e la piorrea affliggevano numerosissime persone.
Don Luiggi u scippa iagni, così era chiamato comunemente, era una persona alta, con cappello floscio e borsetta gialla che abitava vicino la chiesa dell'Annunziata, la mattina faceva il giro delle strade di Termini bassa, ed il pomeriggio lo dedicava alla parte alta della città. Non sembra che il lavoro gli mancasse. Esercitava il suo mestiere all'aperto: faceva sedere il paziente alla rovescia su una sedia,inforcava le lenti a pince-nez a nez e osservava attentamente lo stato del dente che faceva male; poi, prendendo dalla valigetta una delle tre o quattro pinze che vi teneva, d'un colpo maestro liberava il paziente dal male che l'affliggeva.
L'onorario di don Luigi era di una lira, ma se era necessario impiegare il cotone idrofilo e tintura r'ogghiu (di iodio) la prestazione era ricompensata con una lira e cinquanta centesimi, cifra rispettabilissima se si riflette che un jurnateri che zappava dalla mattina al tramonto, guadagnava soltanto una lira al giorno.
All'ospedale, servito allora dalle Sorelle di S. Anna, una certa Soru Natura era pratica nel cavare i denti, e la prestazione era gratuita. Il primo laboratorio dentistico comparì nel 1924, in via Errante, gestito da un tedesco, certo Sommer che pur non essendo dentista, era molto bravo.

Gli spazzini

Non dovevano essere molti, ma lavoravano sodo di scopa tutta la giornata. Tutte le piazze e strade principali venivano scopate ogni giorno, e la città era sempre linda e pulita, perché dove non arrivavano gli spazzini provvedevano le massaie che scopavano l'area di loro pertinenza.
La sera la gente gettava le immondizie in un certo solito posto vicino casa, ma prima dell'alba quei rifiuti erano stati rimossi dai iardinara che li ponevano negli zummili dei loro asinelli, per poi finire nei loro poderi. Per appalto, la spazzatura degli spazzini era destinata agli agricoltori che se la dividevano tra di loro, salvo il mese di ottobre, nel quale era destinata alle ville comunali. Sovraintendeva alla nettezza urbana un signore sempre azzimato e con un fiore all'occhiello, che i cittadini iconoclasti , chiamavano u varda mmerda; la carica in oggetto doveva essere politica più che altro, perchè non sembra che quel damerino avesse un obbligo specifico.

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da "Termini com'era" di Giuseppe Navarra - Editrice GASM - Palermo 2000 (a cura di Salvatore D'Onofrio).


 
     
Edizione RodAlia - 25/02/2011
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